di Jela ‘Elena’ Rupena

Sono nata nel 1922 a Piedimelze (Tolmino), provincia di Gorizia, cittadina italiana – il territorio allora faceva parte dello Stato italiano – in una famiglia di nazionalità slovena. Nel periodo prima della Seconda guerra mondiale ho vissuto con la mia famiglia in Jugoslavia, con cittadinanza jugoslava.

Il 18 settembre 1944 sono stata arrestata a Ljubljana in Slovenia (Jugoslavia), dove avevo la residenza (zona occupata nel 1944 dai tedeschi), dalla Polizia e trattenuta nelle Carceri della Polizia a Ljubljana. Il 16 dicembre 1944 sono stata deportata con trasporto in Germania nel campo di concentramento femminile di Ravensbrück bei Firstenberg (Mecklenburg). All’arrivo nel campo di concentramento siamo state private di tutti i nostri effetti personali ed affetti (persino delle fotografie dei familiari), costrette a indossare vestiti zebrati, zoccoli di legno, testa rasata e siamo state numerate. Il mio numero personale era J95222 (J = jugoslava, sul triangolo rosso).

Dopo essere state sistemate nelle baracche accompagnate dalle sorveglianti SS, stipate in giacigli a castello su più piani, molto affollati, eravamo tutti i giorni svegliate alle 4 di mattina, disposte ferme in dieci file, sistemate dalle Blokove e Stubove, davanti alle baracche. Dovevamo aspettare nel freddo gelido fino alle 6 l’arrivo delle sorveglianti SS per fare l’appello e registrarci. Dovevamo portare fuori le detenute mancanti all’appello, perché morte di stenti e rimaste nei giacigli, e trasportarne i cadaveri sulle carrette spingendole davanti al crematorio.

Subito dopo l’appello, le sorveglianti SS con l’assistenza delle Kapò ci ordinavano di formare la colonna. Munite di attrezzi per lavori pesanti, zappe, pale, carriole, etc., le SS ci scortavano con i cani fuori in aperta campagna su un terreno paludoso ai cumuli di sabbia. Il lavoro consisteva nel trasportare la sabbia da un cumulo all’altro per tutto il giorno. Altre detenute che erano già destinate ai vari lavori dentro il campo, nelle lavanderie, nei vari magazzini, alle caldaie per il pasto, dopo l’appello si presentavano al suddetto lavoro. In particolare a noi nuove arrivate toccava la colonna per i lavori sui cumuli di sabbia, perché durante il giorno nelle baracche ci era vietato sostare. Eravamo poco vestite e affamate, esposte al gelido vento del nord e ai vortici di sabbia che ci colpivano la faccia.

Sfinite, spossate da diarree, in condizioni disumane, eravamo maltrattate dalle SS che ci sgridavano minacciosamente di muoverci più svelte (Loos, loos!, Schnell, schnell!) con pericolo di maltrattamenti più gravi, sbattendoci al ritorno nel campo per più giorni nel bunker a rischio della vita.

Il crematorio era sempre in funzione notte e giorno, con fiamme e fumo acre del camino che si respirava in tutto il campo. I trasporti arrivavano in continuazione.

Alla fine del mese di gennaio 1945 sono stata mandata dall’Ufficio di Collocamento situato nel campo stesso, con trasporto a piedi in colonna, nella fabbrica Siemens situata a pochi km di nostro campo centrale di Ravensbrück, dove siamo state sottoposte ad ulteriori selezioni dalla Commissione della fabbrica. Dopo siamo state sistemate nelle baracche del campo recintato nei pressi della fabbrica, allo stesso modo come nel campo centrale, io sempre col mio numero 95222.

Eravamo sorvegliate dalle SS. Con l’assistenza delle Blokove e Stubove, nelle baracche eravamo collocate nei giacigli a castello a un piano, un giaciglio per ogni detenuta, in tante file. L’appello avveniva ogni mattina alle 4 davanti alle baracche in attesa delle sorveglianti SS fino alle 6, per la solita conta e registrazione. Ferme dritte in dieci file nel freddo gelido sotto le stelle fitte.

Abbiamo avuto tempo per contarle, battendo i piedi con gli zoccoli sul suolo gelido, e pensare a quando le stelle ci avrebbero avviate sulla strada verso le nostre famiglie. Subito dopo l’appello ci recavamo in colonna a lavoro nella fabbrica sotto la scorta delle SS, sempre gridandoci “Schnell, schnell!” e costrette a cantare un canto tedesco per incitarci ad andare a lavoro “allegramente”.

Nella fabbrica la nostra direttrice si faceva chiamare Scheffin. Il mio lavoro consisteva nel lavorare ad una macchina a pressione a mano. Univo due pezzettini (simili ad una forchettina) ad un prodotto che poi passavo avanti nello stesso banco di lavoro ad altre detenute, che messe in fila aggiungevano altri pezzi allo stesso prodotto. Nella fabbrica era presente anche un Meister civile. La sera finito il lavoro, chiamate dalla Scheffin, dovevamo fare la pulizia prima di tornare nelle baracche sotto la scorta delle sorveglianti SS, dove eravamo controllate sempre, persino nelle latrine. Spesso entrava anche un comandante SS in persona per evitare assembramenti di noi detenute.

Di domenica, le sorveglianti SS ci portavano a lavoro fuori sul terreno aperto sistemate in una lunga fila, a trasportare da mano a mano la terra nei contenitori di legno sulla collina. Noi detenute eravamo costrette a lavorare vestite con solo un vestito zebrato, soffrendo freddo e fame: almeno il lavoro nella fabbrica si svolgeva in un ambiente coperto.

Verso la metà del mese aprile del 1945 tutte noi detenute che lavoravamo alla Siemens siamo state di nuovo trasferite nel campo centrale di Ravensbrück. Nel campo le condizioni erano peggiorate ancora, da mangiare non c’era più niente. La solita brodaglia già liquida composta di rari fogli di varie verdure non si distribuiva più. Si cercava furtivamente di trovare davanti alle cucine qualche bidoncino di brodaglia oramai di Dergemise (pochi frammenti di varia verdura essiccata). Il campo era strapieno per gli arrivi dei treni delle detenute provenienti dagli altri campi. Lo spazio nelle baracche non era sufficiente e venivano stese le tende tra le baracche.

Anche noi provenienti dalla Siemens siamo state stipate sotto le tende, nella sporcizia di escrementi liquidi per terra. Per le condizioni disumane le morti delle detenute erano aumentate, dai treni dovevamo raccogliere cadaveri di detenute morte di stenti durante il viaggio.

Dopo pochi giorni di permanenza nel campo, anche Ravensbrück è stato evacuato. Prima ci hanno stipate nei vagoni scoperti del treno merci, però dopo poche ore di sosta ci hanno fatto abbandonare il treno: ci hanno sistemate in colonna in file per cinque e sotto la sorveglianza delle SS ci hanno fatto incamminare a piedi verso occidente. Camminavamo per parecchi giorni sulle strade campestri, la nostra colonna di detenute si alternava con la popolazione tedesca in fuga, sotto continui bombardamenti, rifugiandosi loro nelle trincee e lasciando noi detenute sulla strada. Ci si imbatteva spesso anche sotto il fuoco incrociato della artiglieria, dato che si avvicinava l’Armata rossa.

Nel cammino abbiamo sostato in un altro campo chiamato Rechlin, abbandonato e sporco di escrementi. Nei pressi di Neustreliz, dopo Mirow, sfinite e allo stremo della nostra forza fisica, ci siamo sottratte alla colonna, tutta la fila di noi cinque, e ci siamo nascoste in una fossa, coprendoci con le frasche in un bosco ad una curva lungo la strada, osservando di nascosto la ritirata dell’esercito tedesco sulla strada. Il 5 maggio 1945 siamo state liberate dall’Armata russa. Nel bosco, dopo essere liberate, abbiamo scoperto parecchi gruppi di detenute nascoste come noi.

Le condizioni così disumane nel campo di concentramento ci hanno lasciato conseguenze sulla salute: soffro di bronchite cronica, insufficienza cardiaca e reumatismo all’anca destra, dovuto al fatto che dormendo la mia gamba stava distesa nella fessura tra i giacigli, tra cui soffiava un freddo gelido proveniente dalle finestre senza vetri della baracca. Di conseguenza ho bisogno di continue cure.

Io vivo dal 1953 qui in Sicilia. Ho sposato un cittadino italiano e possiedo la doppia cittadinanza italiana e slovena. Già nell’anno 2000 sono stata informata dai miei parenti in Slovenia dell’esistenza del Fondo umanitario presso la Fabbrica Siemens, per un risarcimento alle detenute per lavoro forzato: in attesa delle trattative in base alla legge tedesca, altre detenute di Ljubljana reduci da Ravensbrück, con le quali ho lavorato nella fabbrica, hanno fatto la domanda per risarcimento. Così il 2 febbraio 2000 ho scritto anch’io fornendo indicazioni della mia detenzione. La mia domanda è stata accolta dal detto fondo e la somma mi è stata riconosciuta l’8 maggio 2000.

Mi auguro che un simile flagello nel mondo non si ripeta mai più.

Che c'è di Bello - Una guida sulle esperienze più interessanti, i trend da seguire e gli eventi da non perdere.

ISCRIVITI

Sostieni ilfattoquotidiano.it: mai come in questo momento abbiamo bisogno di te.

In queste settimane di pandemia noi giornalisti, se facciamo con coscienza il nostro lavoro, svolgiamo un servizio pubblico. Anche per questo ogni giorno qui a ilfattoquotidiano.it siamo orgogliosi di offrire gratuitamente a tutti i cittadini centinaia di nuovi contenuti: notizie, approfondimenti esclusivi, interviste agli esperti, inchieste, video e tanto altro. Tutto questo lavoro però ha un grande costo economico. La pubblicità, in un periodo in cui l'economia è ferma, offre dei ricavi limitati. Non in linea con il boom di accessi. Per questo chiedo a chi legge queste righe di sostenerci. Di darci un contributo minimo, pari al prezzo di un cappuccino alla settimana, fondamentale per il nostro lavoro.
Diventate utenti sostenitori cliccando qui.
Grazie Peter Gomez

ilFattoquotidiano.it
Sostieni adesso Pagamenti disponibili
Articolo Precedente

Il negazionismo esiste ma per me è meno esteso di quanto si dice. I problemi sono altri

next
Articolo Successivo

Giornata della Memoria: la storia di Sarina, tra i ragazzi salvati di Villa Emma di Nonantola. “Nel suo diario la speranza vince sulla paura”

next