Emilio le lascia l’indirizzo di casa, così una volta arrivata sana e salva potrà mandargli una cartolina. Joachim le ricorda di stare attenta, soprattutto a quello che dice. “Il destino ci ha fatto un brutto scherzo”, sottolinea Rakica. Ma Tina aggiunge: “Resisti al presente, dimentica il passato e preparati per il futuro”. Sono alcune delle dediche scritte all’interno del quaderno di Sarina Brodski, una dei 73 ragazzi ebrei che furono nascosti a Villa Emma di Nonantola (Modena) nel 1943 salvandosi così dalla deportazione. A parlarne il libro “Shalom Villa Emma”, realizzato dalla ricerca storica di Matteo Malaguti e pubblicato in occasione della Giornata della Memoria 2021 dal Centro studi storici nonantolani, l’Archivio Abbaziale di Nonantola e l’editore il Fiorino di Modena.

“Abito a Nonantola, sono appassionato di storia locale e da sempre conosco la vicenda di Villa Emma, di come don Arrigo Beccari, parroco di Rubbiara, e il medico Giuseppe Moreali (oggi Giusti delle Nazioni allo Yad Vashem), misero a repentaglio la propria vita per nascondere decine di ragazzi ebrei durante la guerra”, spiega Malaguti. Fu proprio in un viaggio a Gerusalemme che l’autore scoprì il ‘diario delle dediche’, così lo soprannomina, conservato allo Yad Vashem Archives. “Venni così a conoscenza del viaggio di Sarina, dall’ex Jugoslavia alla Svizzera, e decisi di usarlo come spunto per raccontare ancora una volta la storia di Villa Emma ma da un altro punto di vista”.

Il libro, infatti, dopo una prima contestualizzazione storica, racconta la vita della giovane nata a Sarajevo il 1 ottobre 1927. Dopo l’invasione italo-tedesca nella primavera del 1941, Sarina venne incarcerata con la madre e la sorella nel campo di concentramento di Djakovo. La sua famiglia morì, ma la ragazza riuscì a fuggire. Prima trovò rifugio in una piccola comunità ebraica di Spalato, in Croazia, poi grazie alla Delasem, un’organizzazione di resistenza ebraica, il 14 aprile 1943 Sarina arrivò insieme ad altri 32 ragazzi jugoslavi a Nonantola, a Villa Emma, “che aveva già accolto un primo gruppo di giovani ebrei dall’Europa centrale”, sottolinea Malaguti. Sarina però non poté rimanere se non pochi mesi: dopo l’8 settembre 1943 e l’invasione tedesca in Italia, per evitare la cattura da parte delle SS la giovane dovette scappare in Svizzera. Una volta finita la guerra, nel giugno 1945, raggiunse poi la Palestina. Finalmente libera.

È nella seconda parte del libro che si fa riferimento al quaderno ritrovato di Sarina, riportato anche fotograficamente, che “non è altro che una raccolta di dediche, raccomandazioni e saluti che tutti i compagni di Villa Emma e tre giovani nonantolani, suoi amici, le hanno scritto nei giorni prima la partenza verso la Svizzera”, sottolinea l’autore. Un ragazzo le dedica una poesia, un altro le ricorda di non dimenticarsi di quei momenti vissuti insieme, una ragazza le chiede se mai si rivedranno.

“È un documento molto toccante, struggente”, aggiunge Malaguti. Nonostante la paura di poter morire da un momento all’altro, essere catturati e non sapere cosa significa diventare adulti, “quello che traspare dalle parole scritte da quei ragazzi sul diario di Sarina è la speranza”, aggiunge l’autore. La speranza di incontrarsi o semplicemente di poter raccontare un giorno ad altri quegli anni passati insieme. “Per questo motivo il libro è stato intitolato ‘Shalom’ che in ebraico significa ‘pace’ ma anche ‘ciao’ – spiega Malaguti – Perché le parole di quei giovani non vogliono essere un ‘addio’ definitivo, ma solo un ‘arrivederci”.

(Gallery – La prima foto proviene da Yad Vashem Archives, Gerusalemme. La seconda immagine è tratta dal libro “I ragazzi ebrei di Villa Emma a Nonantola” di Ombretta Piccinini e Klaus Voigt. Entrambe sono inserite nel libro “Shalom Villa Emma”. Le altre tre immagini sono foto del quaderno delle dediche conservato sempre allo Yad Vashem Archives).

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