Per recuperare protagonismo in Catalogna, il Partito Socialista (Psoe) di Pedro Sánchez ha deciso di mettere in campo l’artiglieria pesante. Salvador Illa si è dimesso da ministro della Salute per candidarsi alle elezioni del 14 febbraio nella sua comunità autonoma e tentare di ridurre il potere delle forze indipendentiste. La decisione di rinunciare alla carica nonostante la Spagna sia in piena terza ondata della pandemia —oltre 93mila casi solo nel fine settimana— ha destato non poche polemiche, ma la strategia dei socialisti sta sortendo gli effetti desiderati nei sondaggi e già si parla di “effetto Illa”.

L’annuncio della candidatura dell’ormai ex responsabile della Sanità nazionale risale a circa un mese fa e ha scatenato la reazione dell’opposizione, che ha fin da subito richiesto dimissioni immediate. Illa, però, ha preferito aspettare fino a due giorni dall’inizio della campagna elettorale catalana. Giusto il tempo per permettere di rielaborare i sondaggi e analizzare i cambiamenti provocati dalla sua discesa in campo sulle intenzioni di voto. E, in effetti, lo scenario è mutato: secondo il Centro de Investigaciones Sociológicas (Cis) il Partito Socialista Catalano adesso è primo, con il 23,9% delle preferenze, seguito da Esquerra Republicana (ERC), la sinistra indipendentista, con il 20,6%, e da Junts per Catalunya, la formazione dell’ex presidente regionale Carles Puigdemont, scesa al 12,5%.

La coalizione indipendentista attualmente al governo, formata da Erc e Junts per Catalunya, potrebbe, nel peggiore dei casi, non riuscire a raggiungere i 68 seggi necessari per la maggioranza assoluta. Una possibilità quasi certa prima che Illa sconvolgesse i piani. Se dovesse succedere, la soluzione sarebbe riproporre l’alleanza tra Erc e Psoe, nata con la manovra di bilancio di dicembre. Uno scenario che rappresenterebbe una vittoria fondamentale per Pedro Sánchez e una disfatta per i nazionalisti. Alcuni di loro gridano al complotto architettato per indebolire le forze secessioniste.

Il doppio appoggio di Erc, a livello nazionale e regionale, è fortemente legato a una condizione: l’indulto ai 12 prigionieri protagonisti del processo indipendentista del 2017, tra cui il presidente del partito, Oriol Junqueras. Podemos e Psoe, le due principali formazioni della coalizione di governo, sono d’accordo nel fare questo passo e l’iter burocratico è già partito. Ma l’esecutivo per il momento non si muove senza un parere positivo dei tribunali e quello della magistratura è assolutamente negativo: non solo si oppone all’indulto e alla riduzione della pena, ma critica la decisione perché dovuta ad “accordi politici”.

Anche la data delle elezioni non ha soddisfatto gli alleati catalani. Sulla base di report sanitari che prevedono il picco dell’occupazione delle terapie intensive a tre giorni dalle elezioni, il governo locale aveva deciso di rimandare l’appuntamento al 30 maggio. Poco dopo, il Tar ha stabilito che si confermasse il 14 febbraio e si è riservato la facoltà di cambiare idea fino all’8. La maggioranza dei partiti si trova costretta a dover velocizzare i preparativi della campagna elettorale con il rischio di vedere vanificati i propri sforzi per un possibile ennesimo rinvio.

La pandemia ha offuscato la lotta indipendentista, che appare tutt’altro che risolta. Le elezioni arrivano in un momento di distensione solo apparente. Lo scorso settembre, l’ex presidente della Generalitat, Quim Torra, è stato condannato per “disobbedienza” e inabilitato a un anno e mezzo. Aveva rifiutato di rimuovere dal palazzo del governo uno striscione a favore della liberazione dei “prigionieri politici” durante la campagna elettorale per le elezioni nazionali. Da quel momento, al suo posto c’è Pere Aragonès, che ha svolto le funzioni di presidente ad interim.

Al posto di Illa, invece, Sánchez ha nominato Carolina Darias, ministra per la Politica Territoriale, che negli ultimi mesi è apparsa spesso accanto all’ex responsabile della Salute nella gestione del covid. Miquel Iceta, segretario dei socialisti catalani, è il suo sostituto. Avrebbe dovuto essere lui il candidato delle elezioni del 14 febbraio, prima che “l’effetto Illa” cominciasse a prendere il sopravvento.

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