I giorni da leone contrapposti a quelli da pecora, dai tempi del Piave, li hanno usati parecchio come espediente narrativo, e pure la variante migliore dei giorni da orsacchiotto di Troisi è abbastanza abusata. Anche sul rock, con “We can be heroes, just for one day” di David Bowie non è così originale per raccontare questa storia. La storia di chi si è conquistato un posto nel cuore di un popolo non per una lunga militanza, non per caterve di prodezze, ma per un giorno, un minuto, un gol. Uno solo. Un solo minuto, un solo gol, un solo giorno non da pecora, non da leone, né da “hero”: un giorno da Turùl. Cos’è il Turul? Una creatura mitologica, una sorta di enorme falco cruciale nelle leggende dei Magiari come simbolo di vittoria, di conquista, di trionfo.

E il Turul è il principale monumento di una città: Tatabanya, graziosa nel nord dell’Ungheria, dove tira i primi calci Istvan Vincze, ragazzino con la faccia pulita, gambe che lo fanno correre velocissimo e un sinistro potente e preciso. Qualità che lo fanno debuttare a 16 anni come attaccante nella squadra della città, che gioca nel massimo campionato magiaro e l’etichetta del predestinato. Etichetta che nell’estate 1988 gli vale la chiamata della Serie A a soli 21anni: il Lecce neopromosso di Franco Jurlano lo vuole e sborsa una cifra superiore al milione di dollari per accaparrarselo, superando anche diversi problemi burocratici con l’Ungheria. Il ragazzo infatti deve fare il militare, e non lo lasciano partire se non dopo aver svolto il servizio di leva. Per Carletto Mazzone è un affare e in Salento decidono di prenderlo anche se arriverà solo ad ottobre.

La prima stagione però scorre via senza grossi sussulti: un solo gol, a porta vuota ma decisivo per battere il Pescara, e 17 presenze in A in un campionato ottimo per il Lecce, che arriva al nono posto. Ma a distinguersi sono “Beto” Barbas, Pedro Pasculli, Marco Baroni, non Vincze. Ma è giovane, i compagni gli vogliono un gran bene e la dirigenza decide di puntarci su per un’altra stagione. Neppure nella successiva però l’ungherese impressiona più di tanto: gioca più spesso e neppure malaccio, ma che non sia il crack che ci si aspettava ormai l’hanno capito tutti. Neanche questa stagione per i salentini è negativa: la salvezza è alla portata, e alla 26esima, il 25 febbraio del 1990, passa per un derby. Quello contro il Bari di Salvemini, l’ultimo allo stadio Della Vittoria peraltro prima che i galletti si trasferiscano al San Nicola costruito per i Mondiali.

È il solito derby brutto e pieno di botte, all’epoca tollerate ben più di oggi: il Lecce intorno al 20esimo del primo tempo conquista una punizione al limite d’area, in zona bandierina. Sul cross ne nasce un batti e ribatti e la palla arriva a Pasculli defilato in area sulla sinistra: l’argentino invece di tirare l’appoggia morbida fuori, a Vincze, che non ci pensa due volte e la colpisce potente al volo di sinistro infilandola nell’angolino basso. Sarà un gol vittoria. Sarà il gol della vittoria dell’ultimo derby giocato nel vecchio stadio di Bari. Ma per Vincze sarà molto di più: sarà l’immortalità. Già, perché alla fine di quella stagione, dove segnerà solo altre due volte, l’ungherese andrà via, tornando in patria ma salutato in ogni gara dai cori del Via Del Mare “Olè olè olè Istvan Vincze”. Un gol che lo consegna ai ricordi dei grandi passati ai più piccoli: e all’affetto eterno della tifoseria.

Un gol che lo consegna alla mitologia, come nella sua Tatabanya il Turul, che in fin dei conti era apparso solo in sogno e solo due volte ai suoi avi. Ancora oggi dalle parti di Lecce quello di Istvan Vincze è un nome che solletica il cuore e le emozioni: solo un anno fa veniva omaggiato con una maglia celebrativa dalla nuova proprietà, ovviamente tra gli applausi dei tifosi. E oggi compie 54anni, dopo essersi guadagnato l’immortalità. Quasi come l’Elvis al lambrusco cantato da Ligabue, Vincze lo è naturalmente al negroamaro, e allora verrebbe da farglieli su quelle note gli auguri: “C’è ancora posto per noi, Buon compleanno Vincze”.

Foto concessa da Us Lecce

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