“Domination!”. Si narra che questo sia il grido con cui il padre padrone di Facebook, Mark Zuckerberg, è solito concludere le riunioni con il suo staff. Manie di onnipotenza? O semplicemente presa d’atto di quella è la realtà. Più probabile la seconda, quando si guida un social media che conta una comunità di iscritti pari a due volte la popolazione cinese e un gruppo che vale in borsa 760 miliardi di dollari, ossia quanto il prodotto interno lordo della Turchia. O quando si può decidere di silenziare, da un momento all’altro, il presidente degli Stati Uniti senza dover rendere conto a nessuno di questa scelta, come avvenuto in questi giorni con Donald Trump. Sparito da Facebook e Instagram dopo l’assalto al Congresso di alcuni dei suoi sostenitori. E poi cancellato anche da Twitter. Verosimile che dietro queste mosse ci siano “imboccate” di apparati statali ma questo da un lato conferma anche come ormai questi gruppi siano qualcosa che va ben oltre la semplice impresa.

Torniamo al 2017, torniamo ad Ischia. Sull’isola davanti a Napoli si svolge il vertice del G7, sotto la presidenza italiana, e si parla anche di sicurezza informatica e internet. Si riuniscono i leader di sette tra i paesi più potenti del mondo. Non ci sono però solo loro. Per la prima volta, a una riunione di massimo livello governativo, sono presenti anche i soggetti che la rete la dominano, la controllano, la possiedono. E non sono gli Stati. Sono i rappresentanti di aziende come appunto Facebook, Google, Microsoft o Amazon ed Apple. “Questa presenza sancisce il fatto che quando si parla di internet ci sono alcune aziende che sono allo stesso livello degli Stati o di entità sovranazionali come l’Unione europea. E’ un rapporto tra pari, a voler essere generosi nei confronti degli Stati”, spiega Luigi Martino che insegna cyber security e relazioni internazionali all’Università di Firenze.

Gli effetti della pandemia – Nell’ultimo anno il ruolo e la pervasività di questi giganti del web sono diventati ancora più evidente di quanto già non fossero prima. La pandemia lo ha messo in luce, enfatizzato. Praticamente tutto quello che avviene, è avvenuto, e avverrà “a distanza”, passa attraverso di loro. Dalle chat su Whatsapp, che appartiene a Facebook, alle riunioni on line per lo più gestite da piattaforme di Google e Microsoft. Mentre tutti erano costretti a rinunciare agli acquisti nei negozi, i ricavi di Amazon sono cresciuti del 40%. Lo scorso 14 dicembre un momentaneo “blackout” dei servizi Google (da Gmail a Drive e Meet) ha semi-paralizzato per qualche ora le attività di uffici e abitazioni. La temporanea emergenza ha mostrato quanto tutti siano ormai dipendenti da questi servizi. Ma sono i numeri di quando tutto fila liscio ad essere preoccupanti.

I numeri del dominio – Le cifre che raccontano di questo dominio fanno impressione, da qualsiasi prospettiva le si guardi. Oggi il 90% delle ricerche su internet avviene attraverso Google. La stessa Google, insieme a Facebook, controlla oltre il 90% della pubblicità on line. I sistemi operativi di Apple (iOS) e Google (Android) equipaggiano il 99% degli smartphone. Ancora Apple, ma questa volta con Microsoft, forniscono il 95% dei sistemi operativi nel mondo. Il 95% degli under trenta che usano internet (cioè tutti) ha un profilo Facebook o Instagram (che è sempre di Facebook). Amazon controlla la metà delle vendite on line degli Stati Uniti. Nei paesi occidentali ormai una persona su tre utilizza un assistente vocale come Alexa (Amazon) o Siri (Apple). Un orecchio sempre attivo che ascolta, ascolta, ascolta e immagazzina informazioni. Numeri simili riguardano servizi come la classiche e-mail, le mappe, lo sviluppo di intelligenza artificiale o di auto a guida autonoma. Oltre alla strategica e lucrosa fornitura di spazi “cloud”, di cui parleremo tra poco.

“Fargli concorrenza? Impossibile” – “Hanno un controllo del mercato occidentale pressoché totale, quando un potenziale concorrente spunta all’orizzonte, e finisce in quella che viene definita la ‘kill zone’, nel migliore dei casi viene comprato. Nel peggiore viene tagliato fuori ed eliminato. Significa che fare concorrenza ormai è impossibile. Non è un caso che l’unica significativa novità del panorama internet degli ultimi anni, mi riferisco alla piattaforma TikTok, sia nata e cresciuta in Cina, dove ancora questi soggetti non esercitano questo potere”, spiega Alberto Pelliccione, amministratore delegato della società di sicurezza sul web ReaQta.“In linea teorica io posso ancora fare delle cose in rete prescindendo a questi quattro o cinque gruppi ma nella pratica non è già più così. Gli algoritmi di Google possono stabilire i destini di un’azienda, semplicemente in base al peso che le attribuiscono nella gerarchia dei risultati”, ricorda Stefano Zanero, professore di computer security al Politecnico di Milano.

Il dominio del “cielo” – E poi c’è il cloud, la “nuvola”. Più prosaicamente, le immense memorie esterne a cui si affidano aziende, grandi e piccole, e strutture pubbliche, per archiviare dati ed accedere a servizi. Chi le gestisce? La risposta è scontata. I più grandi fornitori al mondo sono Amazon, che ha una quota di mercato globale di oltre il 40%, Microsoft (15,5%) e Google (9%). Dentro queste memorie ci sono informazioni di ogni tipo, comprese le più sensibili al mondo. L’esercito statunitense, ad esempio, affida i suoi dati a Microsoft, seppur in strutture appositamente dedicate e con vincoli specifici. Del resto il gruppo di Bill Gates ha da sempre un rapporto molto stretto sia con il Pentagono, sia con il governo Usa.

“Governo e aziende Usa possono almeno contare sul fatto di affidare i dati a operatori del loro stesso paese”, fa notare ancora Pelliccione. In Europa questa possibilità non esiste, o esiste solo in misura ridotta, ci sono fornitori cloud di piccole o medie dimensioni, niente di paragonabile ai giganti Usa. A volte inoltre è difficile capire dove siano effettivamente immagazzinati i propri dati. Se un’agenzia di sicurezza nazionale vuole accedere alle informazioni presenti nella “nuvola”, è sicuramente più facile farlo in casa propria che altrove. E se lo vuole fare, lo fa. Non a caso Stati e grandi aziende che operano in settori strategici tendono a non utilizzare servizi cloud offerti da soggetti terzi. La Cina può contare sul suo campione nazionale Alibaba che fornisce anche spazi cloud. E Pechino ha imposto ad Apple di spostare le informazioni relative a utenti cinesi su fornitori di cloud del paese con server collocati fisicamente in Cina.

Non svegliar l’Antitrust che dorme – Questi imperi sono stati costruiti in pochi anni. Cosa hanno fatto in questo tempo le autorità Antitrust di Usa ed Unione europea? Niente. La sola commissione Ue ha dato via libera qualcosa come 400 acquisizioni che hanno visto protagonisti questi quattro o cinque gruppi. L’acquisto di Instagram da parte di Facebook è stato autorizzato con le motivazioni che “Instagram non è un social media” e che “le foto sono difficilmente monetizzabili”. Certo, ogni tanto arriva qualche multa. A volte possono sembrare cifre elevate. Non lo sono. Si tratta di bruscolini se paragonati al potere di mercato e agli incassi che i colossi del web hanno potuto accumulare indisturbati grazie alla piena accondiscendenza di cui hanno goduto. Non che la cosa debba sorprendere più di tanto e non che sia prerogativa del solo universo internet. Tra il 1990 e il 2019 la Commissione Ue ha esaminato 7mila operazioni di fusione e acquisizione. Ne ha bloccate 30.

Alla fine degli anni ’80 l’impostazione ideologica dei regolatori ha subito una svolta radicale. Fino ad allora la missione delle autorità Antirtust era stata quella di tutelare i cittadini in base ad una concezione di benessere non limitata esclusivamente all’aspetto economico. Ma in scia alla rivoluzione ideologica neo liberista anche le logiche dell’Autorità per la concorrenza cambiano. La nuova stella polare è l’ efficienza delle imprese, concetto piuttosto vago e fondamentalmente risolto con i prezzi che vengono praticati ai consumatori. Se non salgono, o se scendono, le acquisizioni vanno approvate. Poco importa se nel frattempo un’impresa accumula potere su potere. La svolta ha origine negli Usa ma, negli anni ’90, Mario Monti, prima commissario al mercato interno e poi alla concorrenza dell’Unione europea, la importa nel Vecchio Continente. Il problema è che questo modo di agire e di pensare fallisce completamente di fronte alla novità dei servizi internet, dove i prezzi e i veri valori, sono nascosti. Servizi offerti gratis come l’apertura di un profilo Facebook o una ricerca su Google valgono in realtà cifre astronomiche per chi li gestisce e ha accesso ai dati degli utenti. Il concetto fu spiegato, in poche illuminanti parole, dal professore del Mit Nicholas Negroponte già agli albori del web: “Se il servizio che ti viene offerto è gratis, vuol dire che il prodotto sei tu”.

Di fronte a questa totale paralisi dei controllori, importano relativamente poco le immense risorse di cui questi colossi possono disporre per le loro azioni di lobbying. E fa quasi sorridere che ci si scandalizzi per il fatto che la dirigente di Facebook Alison Schumer sia la figlia del senatore statunitense Charles Schumer che, guarda caso, si batte perché ai giganti del web venga lasciata piena libertà di “autoregolarsi”.

E adesso? Negli ultimi mesi si è assistito a una specie di risveglio. La Commissione Ue ha presentato nuove regole, più restrittive, per i colossi del web. Entreranno in vigore, se tutto va bene tra un paio d’anni. Negli Stati Uniti, sull’onda di un rapporto redatto dal Congresso statunitense, in cui elencano tutte le pratiche fortemente lesive della concorrenza e poco rispettose della privacy degli utenti, sono state avviate cause ed azioni antitrust. Si è arrivati a minacciare questi gruppi di possibili smembramenti, se non cambieranno il loro modo di agire. La verità è che, molto probabilmente, ormai è troppo tardi. Il potere di questi soggetti è così grande che è difficile dire da che parte penda il bilanciamento dei poteri e capire chi possa davvero dettare condizioni. Non è detto che siano gli Stati.

Nel 2019 Google ha annunciato che avrebbe migliorato e implementato i suoi servizi per Cuba. Questo mentre l’amministrazione Trump usava il pugno duro con il Venezuela che, notoriamente, attinge ai servizi di intelligence de L’Avana. Già nel 2014 i vertici di Google avevano stretto accordi sull’Isola, imponendo di fatto a Barak Obama una politica più morbido. Sotto la presidenza Trump, i video di YouTube hanno iniziato ad essere accessibili anche a Cuba. Alla Casa Bianca nessuno ha fiatato.

“Penso che se davvero dovessimo vedere qualche intervento dall’esterno sulla struttura societaria di questi gruppi sarà qualcosa più formale che sostanziale”, ragiona Alberto Pelliccione. “Alla fine a chi interessa? Agli Stati Uniti in fondo fa comodo che questi soggetti siano così potenti, che siano in grado di controllare le informazioni di tutto il mondo e in tutto il mondo” .

“La forza dell’Antitrust europeo è una sola, spiega Zanero, ossia i 500 milioni di cittadini che costituiscono il mercato europeo. Soggetti con un potere d’acquisto alto, l’unico paragonabile a quello statunitense”. Per contro, continua l’esperto, “l’arma di cui dispongono i colossi del web sono le informazioni, il modo in cui le gestiscono”. E poi c’è un altro potere, più oscuro . “Mi spaventa meno il potere di un soggetto come Amazon, che è immenso ma abbastanza quantificabile in termini economici, rispetto a quello più impalpabile e di natura sociale di Google o Facebook. L’accesso ai social, la navigazione, sono ormai qualcosa pienamente compenetrato nel nostro modo di vivere e non sappiamo bene, ancora non ce ne rendiamo del tutto conto, quanto lo siano profondamente e quindi quale sia il loro reale potere su di noi”, mette in guardia il docente del Politecnico.

Cosa succederebbe se Google o Facebook decidessero ad esempio di limitare l’accesso ai loro servizi? Di far pagare servizi come la posta elettronica. Oppure se decidessero di ridurre il traffico verso specifici soggetti, aree di mercato, venditori, facendoli scendere nella gerarchia delle ricerche?

Rischi più profondi Non è solo una questione economica. Quando Edward Snowden raccontò il modo in cui è possibile avere accesso a tutte le informazioni che noi consegniamo, più o meno consapevolmente, a Google, Facebook e soci, fece un’osservazione inquietante: “Questa è una dittatura chiavi in mano”. Se chi ha le leve del potere volesse, potrebbe sapere tutto di chiunque di noi attingendo alla rete. “Facebook ti conosce meglio di tua moglie”, non è un modo di dire. Attraverso le interazioni che un soggetto ha con il social media, elaborate da intelligenze artificiali, si riesce a tracciare un profilo della personalità più attendibili di quello che potrebbe fare un convivente. Comprese inclinazioni politiche, stato di salute, condizioni economiche, gusti. A essere terrorizzato dall’eventualità di un’ alleanza tra i colossi web e regimi autoritari è anche il finanziere George Soros, di origini ebree e cresciuto in Ungheria durante il nazismo. Parlando al vertice di Davos nel 2018, Soros ha affermato: “Dobbiamo fare uno sforzo e impegnarci a difendere e riaffermare quella che John Stuart Mill chiamava la libertà delle menti. Esiste la possibilità che una volta persa, le persone cresciute nell’era digitale fatichino a riconquistarla. Esiste la possibilità di alleanze tra Stati autoritari e questi immensi monopolisti di internet, ricchi di dati. Il nascente sistema di sorveglianza da parte delle aziende potrebbe unirsi a sistemi già rodati di vigilanza di natura governativa, rafforzandoli drammaticamente”.

@maurodelcorno

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