“In questo momento, la nostra democrazia è sotto un attacco senza precedenti, diversa da qualsiasi cosa abbiamo visto nei tempi moderni”, ha detto ieri il nuovo presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, nel suo discorso durante l’assedio di Capitol Hill. È vero, la democrazia sta vacillando negli Usa, ma su tutti i fronti. Anche su quello dell’informazione.

Biden nel suo discorso ha chiesto a Trump di andare in televisione per “chiedere pubblicamente la fine di questo assedio”. Trump pochi minuti dopo ha pubblicato sui social un video in cui, pur senza condannare nettamente le violenze, invitava i manifestanti ad “andare a casa in pace”.

Facebook, Twitter e Youtube hanno però deciso di rimuovere il video. Dunque Biden invoca un appello di Trump alla calma, ritenendolo utile a fermare le violenze, l’appello viene pubblicato ma i social preferiscono censurarlo. Non era forse più utile lasciare che questo video circolasse, allo scopo di fermare le violenze?

Ricordiamo che oltre ai social network, che da mesi bloccano molti contenuti del presidente uscente, anche la tv ha interrotto alcune trasmissioni in cui Trump parlava di presunti brogli elettorali.

Possiamo definire democratico impedire al presidente degli Stati Uniti di comunicare con la nazione?

Il filtro dei colossi del web nei confronti di Trump non si è fermato a ieri sera. Twitter e Facebook hanno bloccato i canali del presidente rispettivamente per 12 ore e per 2 settimane. Così Trump non ha potuto e non può raccontare la sua versione dei fatti sulla vicenda gravissima di Washington, sulla quale restano molte zone d’ombra.

Abbiamo visto infatti poliziotti spostare le transenne per far entrare i manifestanti, un sistema di difesa che si è fatto trovare impreparato nonostante si sapesse da giorni che ci sarebbe stata una manifestazione pro-Trump a Washington il 6 gennaio e altre anomalie sulle quali si indagherà.

Il presidente uscente non ha forse diritto di parlare dell’accaduto? Sappiamo che i teppisti che hanno preso d’assalto Capitol Hill provengono dall’estrema destra americana, l’alt-right complottista e razzista. Una minoranza che ha sempre sostenuto Trump, alla quale lui ha spesso ammiccato. In un’occasione li ha definiti ripugnanti. Ieri però non lo ha fatto, anzi nel video di appello ha detto di volergli bene.

Da qui a dire che sia stato lui ad incitare le violenze e l’assedio al Campidoglio però ce ne passa. Secondo il racconto dei media e degli avversari – un racconto dal quale, come detto, lui non può difendersi – la colpa delle violenze e dei morti è tutta di Trump. I tweet incendiari a cui ci si riferisce quando si dà a Trump la colpa degli scontri sono questi.


Un invito a protestare il 6 gennaio a Washington DC, dunque. Non ad assaltare il Campidoglio.

I neofascisti americani sono ottusi e violenti non per colpa di Trump. Lo erano già prima. L’errore di Trump, che lo condanna comunicativamente come responsabile di questo orribile episodio, è stato quello di non accettare dignitosamente la sconfitta, parlando per settimane di “elezioni rubate”.

Io non credo che la colpa dei morti e dei feriti di ieri sia di Trump. Ma oggi per l’opinione pubblica è così. Dunque, per la regola della post-verità tanto cara a Trump, oggi il responsabile di questa tragedia è effettivamente lui.

Con questo episodio finisce per sempre la carriera politica del tycoon. Non credo potrà ripresentare la propria candidatura alla presidenza, dopo ciò che è successo. Ogni suo merito durante i quattro anni di amministrazione sarà cancellato. Trump passerà alla storia come il peggior presidente degli Stati Uniti.

Il problema Trump è archiviato dunque. Ma vi invito a non esultare. Per ottenere questo risultato i media americani, quelli tradizionali e i social network hanno adottato metodi antidemocratici simili a quelli che attribuivano a lui. Trump si stava distruggendo con le proprie mani, ma la smania di farlo politicamente fuori al più presto ha portato i suoi nemici ad essere simili a lui.

Non dobbiamo accettare nessuna forma di censura. Non è solo Trump o il nemico pubblico di turno la vittima di un bavaglio dei media. Lo siamo anche tutti noi. Come cittadini abbiamo il diritto di sapere ciò che pensa il presidente di una nazione in merito ad un’emergenza sanitaria, all’andamento delle elezioni o ad altro. Anche se le sue fossero idee sbagliate. Tanto più se si tratta del capo della nazione più influente del mondo.

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