Fino all’estate era considerata un modello nella lotta alla pandemia. Ora è la Regione con più contagi e decessi da Covid-19, in netta controtendenza rispetto al resto d’Italia. Che qualcosa non abbia (più) funzionato in Veneto se n’è accorto anche il governatore Luca Zaia, passato dai toni soddisfatti di un mese fa all’ultimatum a Palazzo Chigi. Il 4 novembre, mentre Lombardia e Piemonte entravano in zona rossa e il Veneto restava giallo, il presidente leghista rivendicava che “il sistema di gestione e il modello sanitario” della sua Regione “hanno tenuto“. Ora è lui stesso ad ammettere che “la situazione è assolutamente pesante“, tanto da richiedere “restrizioni massime nel periodo delle festività” in tutto il Paese, altrimenti “le facciamo noi”. Nelle ultime 24 ore in Veneto sono stati accertati 3.817 nuovi contagi e 77 morti, portando il totale a più di 5mila, mentre negli ospedali i ricoverati sono oltre 3mila (il saldo rispetto a ieri è di -7 posti letto occupati). A marzo scorso, invece, ce n’erano mille in meno. È con questi numeri che Zaia si è presentato al vertice tra esecutivo e governatori per discutere quali misure introdurre per Natale: “Se non chiudiamo tutto adesso ci ritroveremo a gennaio a ripartire con un plateau troppo alto”, ha detto, incassando il supporto di Lazio, Friuli e Molise e dei ministri Boccia e Speranza.

Un deciso cambio di linea rispetto alle scorse settimane, proprio mentre sul territorio si moltiplicano le proteste di medici e infermieri. D’altronde è un rapporto elaborato dalla stessa Regione a fotografare la corsa verso il baratro cominciata a novembre. Il tasso di mortalità in Veneto, se rapportato alle medie del triennio 2017-19, ha registrato dall’1 al 15 novembre scorso un’impennata del 32%, visto che i decessi sono passati da 2003 a 2642. Numeri ancora più alti dal 16 al 30 novembre, con una crescita del 44% sul triennio, con i morti passati da 2044 a 2940. E dicembre sta andando perfino peggio. Tra le province, il maggior incremento di mortalità è stato accertato nell’Ulss di Verona (+59%), seguita da quella Berica-Vicenza (+57%) e in quella Bellunese (51%). I decessi, però, sono l’ultimo anello di una catena di errori che parte dalla costante classificazione della Regione in zona gialla e si interseca con la carenza di Usca, il nodo dei tamponi e il numero delle terapie intensive disponibili, considerato “dopato” dal segretario nazionale di Anaoo Assomed Carlo Palermo. Perché allora una Regione che fino a inizio autunno sembrava resistere al meglio alla seconda ondata del Covid, a ridosso del Natale è stata costretta al testacoda? Sono almeno sette i punti di criticità che sindacati ed esperti contestano alla gestione Zaia dell’emergenza sanitaria. Ecco quali.

ZONA GIALLA – Per oltre un mese il governatore ha difeso strenuamente il mantenimento del Veneto in “zona gialla” (da lui battezzata “gialla plus” per alcune restrizioni domenicali ai centri commerciali). Adesso tira in ballo il ministero della Salute e gli algoritmi romani che l’hanno mantenuta invariata, anche perché – stando ai numeri – nelle zone rosse i contagi sono calati di un terzo, mentre in quelle gialle sono praticamente rimasti invariati (e in Veneto sono addirittura risaliti). Contro questa linea un duro attacco è venuto da Palermo, segretario nazionale del sindacato dei medici ospedalieri. “La colpa della situazione del Veneto non è dei cittadini, ma di chi si ostina a mantenere la zona gialla nonostante contagi, ricoveri e morti da zona rossa”. La pensa così anche il segretario veneto dell’Anaoo, Adriano Benazzato, secondo cui “è dai primi di ottobre che le cose hanno iniziato ad andare male. Inutile insistere per restare gialli come ha fatto Zaia, che ora incolpa il governo”. Un concetto analogo lo ha espresso Gianfranco Refosco, segretario generale Cisl, che ha auspicato uno screening di massa per il Veneto e “l’entrata in zona arancione, con tutte le giuste e necessarie garanzie sui ristori”. In una parola, il Veneto potrebbe aver patito la sindrome da primo della classe, maturata in primavera.

TERAPIE INTENSIVE – Con la situazione che peggiora, cominciano a porsi problemi anche per le terapie intensive, nonostante la Regione abbia assicurato la disponibilità di circa mille posti. A fine novembre, Alessandro Vergallo, presidente degli anestesisti italiani (Aaroi-Emac), aveva per primo accusato: “Il Veneto ha gonfiato i numeri, perché conteggia 111 posti di terapie intensive da sala operatoria, che sono diverse dalle vere terapie intensive”. Anche Palermo torna sullo stesso concetto: “Il numero dei letti di terapia intensiva è dopato”. E il dottor Benazzato spiega che il problema riguarda la loro effettiva utilizzabilità: “Se ho 540 posti di terapia intensiva col personale tarato su quei numeri e già a dicembre 2019 la giunta regionale certificava una carenza di 148 anestesisti, come puoi pensare di raddoppiare i posti? Mancherebbero medici e infermieri. Oggi non si sa più dove mettere i malati e a Montebelluna e Villafranca la situazione è drammatica”. Il punto è che il numero di posti letto disponibili è uno dei principali indicatori su cui si basa la classificazione delle Regioni da parte del ministero della Salute.

TAMPONI – Uno dei fiori all’occhiello della gestione Zaia della pandemia è sempre stato l’utilizzo massiccio dei tamponi. Proprio l’alto numero di rapidi e molecolari effettuato dal Veneto, secondo il governatore, sarebbe all’origine dell’alto numero di positivi scoperti. Ma evidentemente i test a tappeto non sono bastati per ridurre la diffusione del Covid. Il dottor Benazzato di Anaao insiste: “Zaia dice che a tamponi siamo la Ferrari, paragonata ad altre regioni che sono come una 500? Ma i tamponi sono lo strumento per scoprire che abbiamo una montagna di contagiati. Gli ospedali in alcune aree sono vicini al punto di rottura e con gli ultimi assembramenti temo che Natale lo festeggeremo con una botta di nuovi ricoveri e, a livello nazionale, qualche migliaio di morti al giorno”. Non va dimenticato che il professor Andrea Crisanti ha sempre sostenuto che i tamponi rapidi sono utili solo in certi contesti, preferendo per la diagnosi del Covid i molecolari.

USCA – In primavera la Regione aveva varato un piano per le Usca, Unità speciali di continuità assistenziale introdotte dal governo per aiutare i pazienti a casa. Secondo Renato Bressan, della segreteria Spi Cgil del Veneto, alla programmazione non è corrisposta l’attuazione. “Il piano prevede l’attivazione di 97 Usca, una ogni 50 mila abitanti, ufficialmente ne risultano attivate solo 51. Poi scopriamo che nell’Ulss 9 Scaligera delle 20 annunciate, 11 sono attivate ufficialmente, ma solo 5 davvero funzionano. A Belluno le Usca programmate sarebbero 4, ma solo due sono attivate davvero”.

INFERMIERI DI FAMIGLIA – La loro figura riguarda gli interventi territoriali. La denuncia è ancora della Cgil: “Anche qui i dati sono allarmanti: nella Marca Trevigiana a fronte di un fabbisogno di 122 unità gli infermieri presenti presso i medici di Medicina generale sono appena 30, nella Ulss Scaligera 29 su 128, in quella Euganea 56 su 127, in quella Berica 19 su 69 e così via”.

RSA – Che gli istituti per anziani siano una bomba innescata lo ha ammesso anche Zaia: “Nonostante tutti i dispositivi e protocolli, con le case di riposo blindate e test a tappeto per ospiti e operatori, la situazione è peggiorata: la mortalità è maggiore che a marzo”. Sulla piaga mette il dito il sindacalista della Spi Cgil Renato Bressan: “Non ha giustificazione l’assenza di notizie in merito alle strutture temporanee di assistenza per i positivi al Covid anziani non autosufficienti provenienti dalle case di riposo. Ebbene, di queste strutture non riusciamo ad avere notizia alcuna, né in merito alla loro organizzazione, né riguardo alla dotazione infermieristica, che la delibera della giunta regionale 782 del giugno scorso prevede potenziata rispetto alle strutture residenziali standard. E per queste attività la Regione ha avuto ben 400 milioni di euro dal governo”.

RABBIA IN CORSIA – Il malessere degli operatori da mesi in trincea anti-Covid viene confermato dal ripetersi di denunce interne. A Montebelluna medici e infermieri hanno spiegato che al posto dei copri-scarpe si usano sacchetti per le immondizie. Un infermiere di Borgo Trento a Verona ha denunciato che i pazienti sono lasciati morire nei corridoi perché in terapia intensiva non c’è più posto. A Padova Cgil, Cisl e Uil hanno denunciato lo stress degli infermieri, costretti “a portare il pannolone durante il lavoro visto che non c’è neppure il tempo per spogliarsi dei dispositivi di protezione per andare in bagno”. Una presa di posizione che ha suscitato l’ira della direzione del personale che ha sospeso gli incontri sindacali e avviato un’indagine interna.

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