L’ultima inchiesta della procura di Genova su Autostrade, quella sulle barriere fonoassorbenti che ha portato temporaneamente agli arresti domiciliari anche l’ex ad Giovanni Castellucci, continua a riservare colpi di scena su altre inchieste che hanno riguardato la gestione della sicurezza di Aspi. L’ultimo riguarda il ponte Morandi, collassato il 14 agosto 2018, per cui, secondo i magistrati, vennero redatti falsi report sulle “ispezioni, sulla valutazione di sicurezza richiesta dall’ordinanza del presidente del Consiglio e sulle verifiche di sicurezza antisismiche“. Sono i i giudici del Tribunale del Riesame di Genova che lo scrivono nelle motivazioni con cui hanno revocato gli arresti domiciliari a Paolo Berti, ex direttore Operazioni centrali di Aspi, disponendo l’interdittiva per 12 mesi. Il manager, condannato in primo grado per la strage di Avellino (40 morti), intercettato diceva di aver coperto con le sue dichiarazioni le responsabilità di Castellucci. Per i giudici della Libertà inoltre “è stato artatamente inquadrato come intervento locale il progetto di retrofitting (il rinforzo delle pile 9, quella caduta, e la 10), con elusione dei controlli e avallando affermazioni inveritiere”. Fu la pila 9 a cedere. Il crollo si portò via 43 vite e provocò danni in tutta la zona, mettendo in ginocchio la città di Genova.

Falsità al ministero sullo stato effettivo del patrimonio autostradale” – Un altro capitolo riguarda le bugie e le omissioni destinate al ministero dei Trasporti e delle Infrastruttue. “Le condotte di dissimulazione e falsità”, poste in essere dalla vecchia dirigenza di Aspi, “erano destinate anche a mantenere il ministero delle Infrastrutture nell’ignoranza circa lo stato effettivo del patrimonio autostradale. È eclatante – sottolineano i giudici del Riesame – la connessione qualificata tra tutte le indagini (dal crollo del Morandi, ai falsi report sui viadotti passando per le barriere e la manutenzione delle gallerie oltre alla tentata truffa), tutti riguardanti omessi e lacunosi controlli, con le correlate manutenzioni sulle strutture autostradali, al fine di risparmio sulle spese e di aumento degli utili da distribuire, con ovvio riconoscimento di rilevanti incentivi economici ai dirigenti che li permettevano – concludono -, il tutto in totale spregio della sicurezza degli utenti delle autostrade“. Una lunga serie di omissioni e falsi.

Berti era finito ai domiciliari a metà novembre nell’ambito dell’inchiesta sulle barriere antirumore pericolose, barriere che era completamente da sostituire perché gravate da un errore di progettazione, come ha raccontato diversi testimoni. Ma i vertici di Aspi non avevano nessuna intenzione di sostituirle, sarebbe stato troppo oneroso. Eppure l’ex direttore delle operazioni centrali di Aspi, “era consapevole dell’inadeguatezza e pericolosità delle barriere fono assorbenti” ma non intervenne. Come del resto gli altri indagati Ma non solo, il dirigente seguì “la linea dell’azienda” ovvero quella del massimo risparmio sulle manutenzioni per distribuire più profitti tra i soci. “Una articolata condotta costellata – scrivono i giudici – di sapienti silenzi e inganni espliciti mantenendo nel tempo la pericolosità della circolazione. A lui spettava di fermare il treno“.

La chat cancellata dopo il crollo del ponte: “Sti cazzi…” – Non sussistendo più il pericolo di inquinamento probatorio i giudici hanno deciso di disporre l’interdizione revocando gli arresti domiciliari, ma nelle 30 pagine con cui motivano la loro decisione c’è spazio per il caso della chat cancellata. Si tratta di messaggi scambiati tra Berti e ex responsabile manutenzioni, Michele Donferri Mitelli (per cui invece sono stati confermati i domiciliari nei giorni scorsi). È il 25 giugno del 2018, quindi due mesi prima del crollo del ponte. “Berti – scrivono i giudici asseritamente in Usa per un convegno dove sarebbero state illustrate tecniche per salvaguardare i ponti, inviava a Donferri Mitelli la proposta di iniettare aria deumidificata nei cavi del viadotto Polcevera per levare l’umidità, ma l’altro rispondeva che i cavi erano già corrosi. A quel punto Berti ribatteva: “sti cazzi ….. io me ne vado”, evidentemente conscio della possibilità di sciagure delle quali sarebbe stato chiamato a rispondere, visto che non emerge da nessuna parte che egli già sapesse del trasferimento ad Aeroporti di Roma, che sarebbe avvenuto oltre sei mesi dopo, a sua tutela, in connessione con l’imminente condanna nel procedimento di Avellino”.

L’intercettazione tra Donferri a Berti: “T’ha pagato” – Proprio sul processo per la morte di 40 persone – giudizio in cui l’ex ad Castellucci era stato assolto – i giudici del Riesame ricordano come il reddito di Berti nel 2017 era triplicato e che era stato “tutelato” da Castellucci “che alla vigilia della lettura della sentenza” lo aveva fatto trasferire società Aeroporti di Roma dove il top manager era stato consigliere. Nella telefonata del 15 gennaio 2019 – quattro giorni dopo il verdetto – Berti in una telefonata intercettata dice e Mitelli: “Io ho promesso che avrei fatto delle cose .. devi fare quelle cose che hai promesso che dovevi fare… lui ha promesso che farà di tutto per alleviare .. se ne è avvantaggiato … per evitare che qualcosa arrivasse a lui, non abbiamo potuto fare quello che potevamo fare …. mi cambiava”. In una altra conversazione Berti e e Marrone, anche lui condannato in primo grado, concordano che devono farsi promettere per iscritto da Castellucci che, comunque, nonostante la condanna penale anche definitiva, non saranno stati licenziati. E nella telefonata del 30 gennaio Donferri, si legge nel provvedimento del Riesame, “ricorda a Berti che non è stato usato da Castellucci perché questi lo ha compensato adeguatamente facendogli fare carriera, ripetendo più volte: ‘T’ha pagato‘”.

L’estromissione di Tomasi dal caso delle barriere – I giudici, nel provvedimento, ricordano solo quanto tutti gli indagati fossero consapevoli della pericolosità delle barriere difettate e non in grado di sostenere il vento ma come avessero estromesso dalla vicenda Roberto Tomasi, attuale ad di Autostrade, che aveva cercato di intervenire. In una nota i magistrati riportano una intercettazione di Donferri Mitelli che dice “allora … Tomasi ha chiamato me e l’ho mandato a fare in culo, Tomasi ha chiamato Berti e l’ha mandato a fare in culo Tomasi è andato da Castellucci … Castellucci lo ha mandato a fare in culo“. In un’altra conversazione è lo stesso Tomasi che parla intercettato sul caso che dice “… gestito sempre dai soliti due (Berti e Donferri, ndr) … e gestito francamente non in modo … in modo rigoroso ……. a luglio 2017 noi facemmo delle prove sulle nuove opere e … evidenziammo … guardate … però sembra che ci sia un problema di dimensionamento su queste barriere … ecco i due … Berti e Donferri … io ne parlai con Castellucci e Berti e Donferri dissero … no la gestione la prendiamo noi … non è tua Tomasi ….. è stato uno scontro abbastanza feroce … perché Berti ha detto .. tu vuoi entrare a fare la gestione nostra …”.

“Persistente totale mancanza di scrupoli” – Come per l’ex ad Castellucci anche per Berti i giudici sostengono che “emerge in tale quadro la persistente totale mancanza di scrupoli per la vita e l’integrità fisica degli utenti delle autostrade mediante azioni ed omissioni in concorso relative, praticamente, a tutti i tipi e gli oggetti di manutenzione ed adeguamento nell’ambito della gestione delle autostrade, condotte volte tutte a una poliedrica e persistente politica del profitto aziendale, soprattutto risparmiando le spese dovute ma anche cercando di imputarle a capitoli non pertinenti perché potessero essere in parte detratte dai debiti verso la controparte, perseguito anche attraverso condotte delittuose. Ovviamente – rimarcano i magistrati – neppure può dirsi che le condotte illecite siano state da lui tenute solo nell’interesse di terzi, in quanto l’aumento a quasi il triplo delle sue già consistenti entrate emergente dalle dichiarazioni dei redditi dà la misura della tangibile riconoscenza a lui manifestata. Si noti in particolare che le condotte contestate nel presente procedimento sono state da lui tenute, nonostante l’evidenza dei cedimenti delle barriere già accaduti e nonostante che egli fosse stato in precedenza già rinviato a giudizio nel processo di Avellino, relativo alla caduta da un viadotto autostradale di un autobus pieno di viaggiatori anche a causa dell’inadeguatezza delle barriere, che non ne avevano contenuto lo sbandamento laterale verso l’esterno”.

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