In questa nuova fase della pandemia abbiamo osservato scienziati decisamente molto bravi nel proprio campo che si sono messi a “dare i numeri” sulla pandemia. Fisici, matematici, ingegneri sono sicuramente capaci a preparare grafici accattivanti, ma per formulare previsioni con un minimo di orizzonte temporale occorre la conoscenza dei fenomeni biologici che si stanno descrivendo, come ad esempio l’andamento stagionale di molte malattie respiratorie, inclusi i coronavirus noti.

Il refrain del mese di ottobre è stato “la crescita esponenziale”, “la crescita esponenziale”. Gli epidemiologi hanno fatto notare che in nessuna epidemia il numero totale di contagi segue la curva esponenziale, semmai la curva logistica (una curva a S), che in effetti all’inizio assomiglia all’esponenziale, ma poi inevitabilmente si appiattisce.

Lo dico con onestà intellettuale, le misure di qualsiasi governo, incluso quello che sostengo, non possono intervenire sulla forma della curva, ma eventualmente farla stabilizzare prima (se sono misure sensate) o dopo. Infatti, questo è successo in qualsiasi paese del mondo, in qualsiasi ondata. Puntualmente, le previsioni basate su modelli lontani dalla realtà sono state smentite. Ricordo, ad esempio, questo articolo del 3 dicembre “I morti giornalieri andranno anche oltre quota mille, entro dieci giorni il picco”. Inutile dire che il picco, per fortuna, lo abbiamo già passato.

Essere smentiti persino nel breve periodo non ha fermato gli epidemiologi fai-da-te nel costruire altre improbabili correlazioni. C’è chi si è messo a invocare la chiusura delle scuole come “motore del contagio” senza che ci sia alcuna evidenza di questo nella letteratura scientifica. Nelle epidemie influenzali è corretto dire che le scuole sono problematiche, perché i bambini sono molto più suscettibili, e infatti nella prima ondata la chiusura delle scuole fu una delle prime misure ad essere proposta. Durante la cosiddetta “influenza spagnola” il 99% delle vittime aveva meno di 65 anni e le persone più colpite erano proprio i giovani, non gli anziani. L’epidemia di coronavirus è però diversa e richiede quindi un approccio diverso, perché i giovani si ammalano con minor frequenza di Covid e trasmettono il virus di meno.

Provoca profondo dolore la perdita di ogni singola vita umana, ma è importante ricordare che l’età media delle circa 60.000 è oltre 80 anni. Secondo i dati dell’istituto superiore di sanità, dall’inizio della pandemia al 25 novembre solo 133 vittime aveva meno di 40 anni, e di queste 85 presentavano diagnosticate gravissime patologie (dati da ISS).

Per confronto, ogni anno oltre 1000 persone sotto i 40 anni perdono la vita a causa di incidenti automobilistici. Il rischio zero non esiste, ma probabilmente si avrebbero meno vittime impedendo ai giovani di salire sulle automobili piuttosto che chiudendo le scuole. E infatti, sulla base di questa distribuzione delle età fortemente spostata verso l’alto, molti paesi europei hanno riaperto le scuole non appena la prima ondata ha iniziato ad abbassarsi, e non c’è stata una ripresa dell’epidemia.

La scuola non è un luogo fatato dove non ci sono contagi, ma la strategia di mettere insieme i giovani con adeguate distanze e protezioni è quella che hanno seguito Francia, Germania, Spagna, Regno Unito, Irlanda, Olanda, Svizzera, Portogallo e altri paesi europei, che hanno lasciato le scuole aperte e dove la seconda ondata sta passando. Chiudere le scuole significa causare a studenti e studentesse danni gravissimi dal punto di vista formativo, educativo e psicologico, e a pagare di più sarà proprio chi proviene da famiglie disagiate. Secondo uno studio sulle scuole olandesi, nonostante l’ampia disponibilità di dispositivi di connessione, le otto settimane di chiusura hanno portato a una perdita dell’apprendimento del 20%, che però sale fino al 50% per studenti e studentesse provenienti da famiglie disagiate.

Ai molti, tra cui Burioni, che hanno citato “l’articolo di Lancet” (che si riferisce alla prima ondata e non parla di misure e dispositivi di protezione) dico che l’articolo di Lancet non prescrive la chiusura delle scuole per “fermare i contagi”. La Regione Campania ha riaperto le scuole dieci giorni dopo le altre e le ha richiuse dopo meno di due settimane. Chi è convinto sull’efficacia delle chiusure scolastiche indiscriminate dovrebbe dimostrare dati alla mano che la Campania ha controllato la pandemia meglio di altre regioni dove le scuole (almeno elementari e medie) sono invece sempre rimaste aperte.

Io non sono ideologicamente contro qualsiasi chiusura. Una sospensione limitata nel tempo delle lezioni in presenza alle superiori è un qualcosa ben diverso dal chiudere le elementari, perché la prima misura ha un impatto maggiore sui mezzi pubblici di trasporto. Teniamo però presente che chiudere le scuole non significa far “sparire” studentesse e studenti, ma semplicemente portarle da un luogo ove le distanze e le misure di protezione sono rispettate in altri (centri commerciali, abitazioni private) dove invece le precauzioni sono minori. Chiudere le scuole elementari nella realtà italiana, come hanno fatto alcuni amministratori locali, significa correre il rischio concreto che bambine e bambini siano affidati dai genitori che devono andare al lavoro ai nonni, cioè proprio alle persone che più di tutte dovremmo proteggere.

I vaccini sono oramai in dirittura di arrivo, ma la priorità sarà per le categorie più a rischio (personale sanitario).

Dobbiamo cercare di gestire al meglio possibile la pandemia, ben sapendo che probabilmente per avere un’altra tregua dovremo aspettare maggio-giugno, con l’arrivo della stagione calda, e che altre ondate non possono essere escluse. Più le affronteremo con fiducia e ottimismo, tenendo la barra dritta ed evitando misure improvvisate, come l’insensata chiusura delle scuole sine die, e prima porteremo il vascello Italia in un porto sicuro.

Teniamo le scuole aperte, perché per controllare l’epidemia di Covid chiuderle porta benefici incerti e piccoli (se non addirittura un aumento dei contagi), mentre i danni agli studenti e studentesse sono invece sicuri e gravi.

Per una revisione di questo testo e utili suggerimenti ringrazio Sara Gandini, Epidemiologa/Biostatistica, Group Leader presso IEO e docente di statistica medica, Editor in Chief con Guido Silvestri e Paolo Spada delle pagine “Pillole di Ottimismo” e Susanna Esposito, professoressa ordinaria di pediatria presso l’Università di Parma e membro OMS del gruppo di lavoro sugli istituti scolastici.

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