Tra il dire e il fare c’è di mezzo…la task force. Capire come incanalare i fiumi di denaro che arriveranno se e quando sarà effettivamente operativo il Recovery fund europeo da 750 miliardi di euro, è una sfida con cui si stanno confrontando tutte le capitali Ue, soprattutto quelle più a Sud. Lo scorso agosto si è insediata la Recovery and resilience task force, un’articolazione della Commissione europea che ha il compito di supportare gli Stati membri nell’elaborazione dei rispettivi piani che attingeranno ai fondi europei. Sarà quindi l’ interlocutore dei governi nel confronto sulle misure da adottare in ciascun Paese e avrà il compito di monitorare l’effettiva attuazione dei piani.

La task force lavorerà con la Dg Ecfin, che fa capo al commissario Paolo Gentiloni, ma risponderà direttamente alla presidente Ursula von der Leyen. Se tutto fila liscio, e non è detto visto la posizione assunta da Polonia e Ungheria, i primi fondi potrebbero arrivare agli stati all’inizio della prossima estate. Fino allo scorso settembre quasi tutti i paesi erano ancora fermi alla casella di partenza. “In diversi Stati membri il problema principale – aveva affermato un funzionario europeo – è mettere in piedi una struttura interna che gestisca il piano, dotata di personale e competenze adeguate e con la necessaria copertura politica». Negli ultimi due mesi però qualcosa si è mosso.

Come è noto all’Italia, principale beneficiaria, almeno come valori assoluti, vengono messi a disposizione poco più di 200 miliardi, di cui però “solo” 80 sono trasferimenti, il resto prestiti. Il governo ha per ora immaginato una task force composta da sei manager coadiuvati da ben 100 tecnici, anche se sembra che nelle ultime ore si stia pensando ad una struttura più snella. Le risorse dovrebbero essere concentrate su una selezione di 60 progetti. Oggi il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha spiegato che “c’è un percorso veloce e cristallino per valorizzare al massimo quella che per l’Italia è una occasione storica, con 209 miliardi che devono cambiare le nostre vite”.

E gli altri cosa fanno? I due paesi più direttamente confrontabili con l’Italia, per dimensioni dell’economia ed entità delle somme da gestire, sono Francia e Spagna. Madrid ha a disposizione circa 140 miliardi di euro, 73 miliardi sotto forma di trasferimenti e 66 come prestiti. Il governo, per ora incerto se ricorrere anche ai prestiti, ha indicato alcune priorità di destinazione dei fondi. Le voci sono investimenti per la conversione verde delle attività produttive, per la digitalizzazione dell’economia, per nuove infrastrutture di trasporto e per promuovere la ricerca tecnologica. Dopo un dibattito piuttosto acceso, Madrid ha deciso che la gestione dei fondi sarà affidata unicamente al governo, senza il supporto di soggetti esterni. Nella cabina di regia entrerà quindi un gruppo di ministri, sotto la guida del primo ministro Pedro Sanchez.

La Francia dovrebbe ottenere da Bruxelles fino a 50miliardi di euro di trasferimenti. Non avrà invece accesso ai prestiti, anche perché Parigi ai tassi con cui si finanzia oggi sui mercati (negativi anche sulle lunghe scadenze) non avrebbe nessuna convenienza a riceverli. Il paese sembra essere quello dove lo stato dei lavori è più avanzato. A settembre è stato presentato il piano “France Relance” da 100 miliardi di euro, che incorpora i fondi in arrivo da Bruxelles. Il piano è molto focalizzato sulle imprese e per questo ha già ricevuto critiche nel paese. Venti miliardi sono infatti destinati alla riduzione delle tasse sulle aziende e altri 35 ad investimenti in competitività ed innovazione. Contestualmente alla messa a punto del piano è stato creato il commissariato al Piano per gestirne l’attuazione. A capo della struttura c’è François Bayrou, politico, ex ministro dell’Istruzione e della Giustizia che riferirà direttamente al governo e, in particolare, al ministro dell’Economia Bruno Le Maire. Come in Spagna quindi la gestione del piano avviene all’interno dell’esecutivo, anche se Bayrou sarà naturalmente affiancato da tecnici. Va detto che questa struttura era già rodata: il commissariato risorge dopo essere andato “in pensione” nel 2006 e aver operato per oltre 4o anni.

In Germania, invece, la discussione sugli aiuti che arriveranno dall’Europa è molto meno sentita. Berlino infatti dovrebbe ricevere circa 23 miliardi di euro di trasferimenti. Briciole rispetto al Konjunkturpaket da 130 miliardi che il governo di Angela Merkel ha approvato lo scorso giugno per aiutare famiglie, imprese ed enti locali. La manovra per il 2021 presentata dal ministro delle Finanze Olaf Scholz (Spd) prevede altri debiti per 96 miliardi di euro. In pratica, il pacchetto che il governo ha approvato nel giugno scorso è un Recovery plan interno, finanziato autonomamente, che ha puntato su 50 misure per uscire dalle crisi. Ora Berlino dovrà decidere quali di queste finanziare con i soldi europei.

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