di Marco A. Munno

Pochi sono i concetti più intimi di quello di casa per ciascuno di noi. Un luogo che può essere fisico o astratto, scelto da ognuno per diventare la roccaforte inscalfibile nel quale poter liberare le proprie emozioni. Un posto dove trovare riparo dalle avversità, cullarsi nelle gioie, confortarsi nelle difficoltà, potersi sentire se stessi rispetto ad un mondo che può attendere fuori, qualsiasi esso sia, senza avere possibilità di entrare.

E per un popolo, quello della città di Napoli, in cui la passione per il calcio è vibrante, la casa in cui sono state e sono correntemente provate le più intense sensazioni dai tifosi è quella del fu Stadio San Paolo, che compie 61 anni dalla propria inaugurazione proprio oggi. Fu quello il luogo in cui la squadra partenopea si stabilì, dopo aver girato per vari impianti cittadini, con il primo match disputato contro la Juventus, la squadra che forse più di tutte rappresenta per le proprie caratteristiche la nemesi di quella campana. Gara che si concluse un risultato a sorpresa: nonostante la Vecchia Signora, forte di campioni in squadra come Sivori, Charles e Boniperti avesse i favori del pronostico rispetto ad un Napoli in zona retrocessione, a spuntarla furono per 2-1 gli azzurri coi gol di Vitali e Vinicio.

Col passare del tempo l’impianto divenne uno dei quattro stadi al mondo, insieme allo Stadio Olimpico Universitario di Città del Messico, allo Stadio dei Lavoratori di Pechino e allo Stadio Olimpico di Tokyo, ad aver ospitato per almeno una volta sia un evento delle Olimpiadi che uno dei Giochi del Mediterraneo e uno delle Universiadi.

Terzo per capacità in Italia, il suo primo nome fu Stadio del Sole; cambiò denominazione due anni dopo, venendo dedicato a San Paolo (anche Paolo di Tarso) che nel 61 d.C. giunse in Italia, diretto a Roma nel primo dei suoi tre viaggi nella Capitale, attraccando al porto di Pozzuoli, della cui Diocesi fa parte anche l’area dell’impianto.

Con un nuovo cambio di nome effettuato: perché, dicevamo, la casa racchiude dentro, fisicamente e spiritualmente, l’essenza di colui o colei che ospita. E si può chiedere a qualsiasi appassionato della squadra che attualmente ci si esibisce: non c’è nessuno che non indicherà quale simbolo imperituro del Napoli, così come dell’intera città, altri che il profilo riccioluto dal sinistro fatato di Diego Armando Maradona.

La pratica burocratica si è appena conclusa: d’altronde, non c’è modo migliore di legarsi alla magia del suo calcio nel capoluogo partenopeo che quello di dedicargli il nome del posto dove ancora si liberano le emozioni, dove ancora rotola un pallone fra le maglie azzurre.

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