Ieri ho ricevuto da una studentessa di un liceo classico della provincia di Roma questa lettera. A volte, anzi spesso, i giovani hanno la capacità di andare diritti al punto. Senza circonvoluzioni e giri di parole.

Questa giovane che si interroga sul destino del suo compagno di classe disabile credo ci interpelli tutti. Ad oggi, mi pare chiaro, senza trovare una risposta dal mondo degli adulti. Correggo: parole tante, risposte nessuna.

Alfredo è un mio compagno di classe in prima liceo classico e anche lui quest’anno, come me, ha avuto un importante cambiamento: il liceo. Io ora non so come fosse la sua vita scolastica fino all’anno scorso, ma so che a settembre si è ritrovato in una grande scuola di 4 piani, circondato da ragazzi, personale e professori dei quali finora ha potuto conoscere solo occhi e mezzo naso.

Il mio impatto con le superiori sarà stato sicuramente diverso da quello di Alfredo che si è ritrovato in una classe di 21 coetanei, senza neanche poterli “conoscere” con il suo solito metodo, da quanto ho potuto osservare: avvicinarsi al nostro banco, squadrarci e fare qualche suono in segno di saluto. Per le ragioni che tutti sappiamo, quest’anno questo suo metodo è stato “abolito” e lui, per le poche settimane che ha trascorso a scuola con noi, non ha fatto altro che osservare i suoi compagni, fare i soliti 5 metri tra bagno e banco, accompagnato dai suoi assistenti (4 diversi) e mangiare il suo piccolo cornetto confezionato.

Poi è arrivata la didattica a distanza: tutti noi siamo rimasti a casa, collegandoci sulle piattaforme, senza neanche porci di problema di chiederci: “E Alfredo?” Ho saputo che Alfredo ora sta a scuola, seguito dall’insegnante di sostegno e l’assistente, in una classe con lavagna pulita e banchi disabilitati. O almeno questo era quello di cui ero sicura qualche settimana fa, quando a volte, entrando nella lezione, oltre a quella del prof, era accesa anche la telecamera di Alfredo che mostrava un’aula vuota alle spalle del suo viso coperto dalla mascherina, vicino all’insegnante.

Era un’impressione felice, ma nello stesso tempo triste e di delusione quella che provavo quando, accendendo il microfono, il prof chiamava Alfredo dicendogli: “Guarda ci sono i tuoi compagni, saluta!”. E allora lui rispondeva con suoni che si potevano intendere come una risata, ma che secondo me era una risata entusiasta e vera, che esprimeva sicurezza e incomprensione.

Ormai è da qualche settimana che Alfredo non si collega più ed io non riesco neanche a immaginare come stia continuando la sua vita: non so se stia ancora andando a scuola o se stia a casa, l’unica cosa che so è che all’appello il suo nome molte volte non viene neanche associato a lui da alcuni professori o, da quelli che si ricordano di avere un alunno disabile, viene soltanto commentato con un “Ah, per Alfredo siamo d’accordo con l’insegnante di sostegno”.

Insegnante che, poco prima che chiudessero la scuola, ci aveva spiegato che è di Napoli e che ogni giorno viene con il treno: quindi chissà, continuerà davvero a seguire Alfredo oppure questo ragazzo di 14 anni è completamente abbandonato alla famiglia?

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