Prove insufficienti e nessun nome collegabile a quello dell’esecutore materiale dell’omicidio di Giulio Regeni. È questa la posizione della procura egiziana emersa da un comunicato congiunto con i pm di Roma e diffuso dopo l’ultimo incontro in videoconferenza di oggi. A pochi giorni dalla chiusura delle indagini da parte dei magistrati capitolini, prevista entro il 4 dicembre, il procuratore Michele Prestipino ha fatto sapere al procuratore generale d’Egitto, Hamada al-Sawi, che l’intenzione degli inquirenti è quella di andare avanti nella ricerca di verità e giustizia per il ricercatore di Fiumicello, ucciso tra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio del 2016 al Cairo.

“Il procuratore generale egiziano – si legge nella nota congiunta -, nel prendere atto della conclusione delle indagini preliminari italiane, avanza riserve sulla solidità del quadro probatorio che ritiene costituito da prove insufficienti per sostenere l’accusa in giudizio. In ogni caso, la procura generale d’Egitto rispetta le decisioni che verranno assunte, nella sua autonomia, dalla procura della Repubblica di Roma”. Parole che, se mai fosse necessario, sottolineano la distanza tra i magistrati romani e quelli cairoti che solo in rari casi hanno offerto una reale collaborazione nelle indagini sull’assassinio di Regeni, mentre nessuna risposta è mai arrivata dal Cairo alla rogatoria inviata da Piazzale Clodio nell’aprile 2019 nella quale, tra le altre cose, si chiede l’elezione di domicilio dei cinque funzionari della National Security egiziana indagati.

Le “prove insufficienti” a cui fanno riferimento i pm egiziani nel comunicato riguardano anche colui che dovrebbe essere l’esecutore materiale dell’omicidio di Regeni: “La Procura Generale d’Egitto ritiene che l’esecutore materiale dell’omicidio di Giulio Regeni sia ancora ignoto“, si legge. E al-Sawi ha anche comunicato di “avere raccolto prove sufficienti nei confronti di una banda criminale accusata di furto aggravato degli effetti di Regeni che sono stati rinvenuti nell’abitazione di uno dei membri della banda criminale”. Versione, quella dei magistrati egiziani, che si basa su un tentativo di depistaggio già smascherato dai pm romani dopo l’analisi dei tabulati telefonici dei membri del gruppo, uccisi a sangue freddo e trasformati in colpevoli dopo aver piazzato alcuni effetti personali di Regeni in un’abitazione collegata a uno dei cinque appartenenti al gruppo.

Per l’alto magistrato egiziano, invece, “le indagini hanno accertato che la stessa banda aveva già compiuto atti simili ai danni di cittadini stranieri, tra i quali anche un altro cittadino italiano, e alcune testimonianze acquisite hanno consolidato il quadro probatorio. Inoltre il modus operandi della banda – continua la nota – è caratterizzato dall’utilizzo di documenti contraffatti di appartenenti alle forze dell’ordine. La procura generale dell’Egitto ha spiegato che procederà per queste ragioni nei loro confronti con la chiusura provvisoria delle indagini, incaricando gli inquirenti competenti di intraprendere tutte le misure necessarie per giungere all’identificazione dei colpevoli dell’omicidio”.

Di fronte al tentativo dei magistrati egiziani di spingere la falsa pista della banda di rapinatori, Paola e Claudio Regeni, insieme all’avvocato Alessandra Ballerini, ribattono prendendo “atto dell’ennesimo incontro infruttuoso tra le due procure. Le strade tra le due procure non sono mai state cosi divise. In questi anni abbiamo subito ferite e oltraggi di ogni genere da parte egiziana, ci hanno sequestrato, torturato e ucciso un figlio, hanno gettato fango e discredito su di lui, hanno mentito, oltraggiato e ingannato non solo noi, ma l’intero Paese”, si legge in una nota. E tornano a chiedere il ritiro dell’ambasciatore Cantini: “Oggi i procuratori egiziani hanno avuto la sfrontatezza di ‘avanzare riserve’ sull’operato dei nostri magistrati e investigatori e di considerare insufficienti le prove raccolte – continuano – Crediamo che il nostro governo debba prendere atto di questo ennesimo schiaffo in faccia e richiamare immediatamente l’ambasciatore. Serve un segnale di dignità perché nessun Paese possa infliggere tutto il male del mondo ad un cittadino e restare non solo impunito ma pure amico. Lo dobbiamo a Giulio e a tutti i Giulio e le Giulia in attesa ancora di verità e giustizia”.

Parole simili a quelle usate dal presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sull’omicidio di Giulio Regeni, Erasmo Palazzotto: “La presa di posizione egiziana che, rifiutandosi di fornire una risposta alle richieste dei nostri magistrati, rilancia l’ennesimo tentativo di depistaggio nella fase conclusiva delle indagini è un insulto alla nostra intelligenza, un oltraggio che non possiamo permetterci di subire. Il Governo assuma tutte le misure necessarie a tutelare la dignità e la credibilità internazionale del nostro Paese. Questa non è una vicenda privata della famiglia Regeni, ma una questione nazionale che ci riguarda tutte e tutti”.

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