Confini, campi e controcampi, campi senza controcampo. Assenze, faglie, distanze. In questo spicchio di vita dominato dalla pandemia che rende tutto più lontano e assente anche il Festival di Torino in corso online racconta di vite scavate dal vuoto, solitudini, silenzi. Sembra questa una delle cifre che accomunano alcuni dei film proposti.

In questo strano 2020 in cui i cinema e i teatri sono chiusi e tutto ruota attorno al fantasma della vita che facevamo, anche il cinema parla di presenze fantasmatiche. Un fantasma è, ad esempio, il ragazzo che parte dal Messico per gli Stati Uniti in Sin señas particulares di Fernanda Valadez, e che scompare, facendone temere la morte.

E un fantasma è il confine che divide l’Irlanda del Nord dall’altra Irlanda in Wildfire di Cathy Brady. “Dov’è il confine?”, si chiede un bambino giocando su un fiume che segna lo spartiacque tra i due territori. Non si vede, replica la ragazza che gioca con lui in acqua, ma non vuol dire che non ci sia. Infatti i confini sono dentro di noi, nelle nostre ferite, nei fantasmi di un passato non riconciliato.

Altri fantasmi, altri vuoti. In San Donato beach, uno dei film più freschi tra quelli visti finora, Fabio Donatini racconta la solitudine estiva in un quartiere di Bologna, San Donato appunto. Le vite dei soli allora emergono come isole nel deserto del paesaggio urbano.

Il film segue il filo delle canzoni anni ’60 dedicate all’amore perduto e alla solitudine (Se perdo te di Patty Pravo, Il mondo di Jimmy Fontana, Testarda io di Iva Zanicchi e tante altre) per cucire storie di vita disperate e cariche di rimpianto: “Il mondo va avanti ma tu ti senti un po’ ferma” dice una delle protagoniste di queste vite, ferma nel ricordo di alcuni improvvisi e fugaci punti luminosi: una comparsata in un film, un’ospitata al Costanzo show e poco altro.

Altri annegano la mancanza di tutto, dalla casa a una struttura familiare, da un lavoro stabile ai soldi, nel gioco o nel fumo: il film indugia sugli sguardi persi di questi assorti fumatori verso un fuori campo eterno, che è il fuori campo della vita. Sono persone che vivono fantasticando in attesa. Attesa di che? Del nulla al quale pensano, di un futuro, della vita. Ma cos’è la vita? Tutti soffrono: “Io sono solo con la mia ombra” dice con lucidità Reza, un iraniano immigrato; e Armando, un altro solitario, preso dal suo bipolarismo, aggiunge: “Un ammalato di depressione vive la sua vita a metà”.

La maledetta estate, quell’estate che sembra liberare i colori e invece libera soltanto la tristezza di chi resta in città da solo, dovrà finire. E intanto, aspettandone la fine, si resta attaccati alle recinzioni: quelle chiuse di un aeroporto, dal quale si vedono partire gli aerei, se non altro per sognare viaggi impossibili; o quelle aperte delle parrocchie, le sole spiagge di accoglienza in questa San Donato poco amichevole. Fine del viaggio, con le note del Silenzio di Nini Rosso.

Solo la poesia sembra salvare, perché con la poesia riacquistiamo la capacità di vedere e di sentire il mondo. In Nuovo cinema paralitico di Davide Ferrario, una sorta di ode alla lentezza che permette di rendersi presenti e coscienti alla vita, l’Italia è vista e narrata quasi “di rinterzo”, contropelo, attraverso piccoli paesi in preda all’emigrazione, campetti di periferia, grandi hotel cittadini che però sono solo monumenti a se stessi.

“Le cose piccole richiedono attenzione, la pura generosità dell’attenzione”, afferma il poeta Franco Arminio, artefice di questo viaggio. L’Italia, questo paese che in pochi decenni “ha voltato le spalle al sacro” in nome della velocità e del consumo, è però ancora carica di mistero, non solo nelle vestigia dell’antico, ma anche nei luoghi più semplici.

Basta sapersi scartare dal flusso per vedere la dimensione dell’assurdo: in un paese del messinese colpito dall’alluvione nel 2009, ora uno scolmatore in cemento divide il bel centro in due. È un fiume in negativo, fatto solo per una eventuale nuova emergenza. “Ma il fiume non c’è, c’è stato”, dice Arminio.

Il film gioca tutto sullo scarto, anche quello tra immagine e suono, un po’ alla Jacques Tati: così una palestra di danza sbirciata dall’esterno delle finestre, senza il suo audio ma con i suoni della strada, sembra una prova di curiosi manichini. E un altro cortocircuito si crea nel contrasto tra un campo di calcio vuoto e il sonoro delle radiocronache concitate della serie A. Voci che si accalcano le une sulle altre, come fantasmi della nostra vita.

Alla fine dei titoli di coda di San Donato beach una didascalia ci ricorda che “il cinema è linguaggio, anima e tempo”. Basterebbe questo per farci amare e ancora amare il cinema.

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