Ha davvero senso ed è necessario lavorare 9-18/19 (se va bene), con il peso di mezz’ora-un’ora di trasporti per rientrare a casa, di striminzire le relazioni umane e gli orizzonti di senso perdendo qualità e presenza mentale? Per non parlare dell’“home working”, per certi aspetti mostratosi ancora più devastante, nella sua iperconnettività.

Credo sia utile che la domanda “è inevitabile?” ce la poniamo tutti: imprenditori, manager, Hrm, liberi professionisti e più che mai i dipendenti, per creare ambienti di lavoro davvero smart: ovvero più produttivi, liberi, felici, coinvolti e soprattutto meno tossici.

E a questo punto, più che smart, direi “Fair” (giusti, gentili, equi, come nel ‘fair-trade’): “Fair Working” – soprattutto ambienti ‘giusti, equilibrati’ dal punto di vista esistenziale. Sia nel for profit che nel non profit. Persino nel Terzo Settore, l’intossicazione organizzativa dovuta ad auto-sfruttamento ‘per la causa’ è arrivata a livelli di guardia che adesione alla mission e amore per il servizio non riescono più a sostenere, e i lavoratori (manager e dipendenti) si consumano in uno stato di burn-out latente: di fatto ‘ci cuociamo da soli a fuoco lento’!

I dirigenti (non profit e for profit) che parlano di motivazione e benessere si rendono davvero conto dei livelli di stress in cui vivono le “loro persone”, iperconnesse e sobbalzanti tra bip e notifiche h24? Che hanno a che fare con persone (‘their people’) prima che con ‘lavoratori’?

Ne La Società della Stanchezza (ed. Nottetempo, 2012-20) il mio amico filosofo Byung Chul Han ci racconta in modo drammatico quanto stiamo diventando sempre più vittime-carnefici di noi stessi. Siamo passati da una ‘Società Disciplinare’ (“io devo”) ad una ‘Società della Prestazione’ (“Io posso”), da soggetti di obbedienza (esterna) a soggetti di prestazione (e burn out). La performance si è sostituita al ‘padrone’, è diventato un valore esistenziale di espansione di un ego altrimenti inadeguato, come nella retorica drogata (in tutti i sensi) delle start up. Quello che, nelle mie letture giovanili, era ‘L’Uomo ad una Dimensione’ di Marcuse, ora è (siamo) un mostro a due facce, una di ‘iper-consumatore’ e l’altra di ‘iper-lavoratore’, alla faccia dell’Ozio creativo’ del mio amico Mimmo De Masi.

E’ chiaro che società della prestazione e del consumo sono due facce dello stesso aborto – più produco, più guadagno, più consumo – in cui siamo immersi in un flusso continuo di momenti produttivi e di relazioni commerciali.

Nel libro Up! La vita è una sola (doppio senso alla romana) ho analizzato a fondo come quanto stanchezza, ansia e depressione siano a livelli mai raggiunti: stiamo perdendo il gusto della pausa, del non fare, della noia, della festa, del sacro, della contemplazione. Sta morendo quel pochissimo che rimane di Dio. La coppia e la famiglia naufragano nel mare di attività, le loro pause spesso prive di quella (antica) dolcezza dell’essere ‘stanchi insieme’, con un ‘io sono stanco qui’- ‘tu sei stanco lì’ – tradotto: “lasciami perdere”. Lo spazio degli abbracci è occupato dagli smartphone, quello delle carezze dai like.

Sono le 40 ore (e passa) a settimana la follia, una ‘follia a due’ azienda-lavoratore, all’interno di questo sempre meno sostenibile, tossico, ‘ambiente consumista’. Che fare? Lavorare meno. Meglio. (Quasi) tutti.

Nella mia organizzazione- la Social Change School -, sto riflettendo sul porre un limite di 30-32 ore settimanali (part time flessibile), rispetto alle 40 del contratto pieno. Vuol dire un 25% di tempo guadagnato (un giorno di lavoro in meno – la meraviglia del venerdì o lunedì liberi! – o giornate di 6 ore senza obbligo pausa pranzo, ad esempio 8.30-14.30: una meraviglia – salvo per chi abbia altri problemi.

Il taglio salariale sul part time sarebbe non superiore al 15-20% – che non è una tragedia, e magari fa risparmiare di baby sitter, o automobile o tanti altri costi derivati dall’avere ‘poco tempo’. Che permette di coltivare altre aree di senso di se stessi, e di lavorare meno spompati e più soddisfatti.

Per la mia organizzazione e le ‘mie persone’ vorrebbe dire organizzare il lavoro in modo più efficiente: nella mia vita ‘da manager’ ho ristrutturato decine di processi riducendoli del 30% di tempi-costi in una logica fair. “Fair Working” vuol dire investire al massimo sulla formazione e sul coaching, sul time management, sul lavorare per risultati, su meno sigarette, meno caffè e meno chiacchiere non sempre utili, perché spesso spese a lamentarsi del troppo lavoro.

E se ‘le ore non bastano’? Mettiamo dentro altri, e lavoriamo con più persone. I consumi che perdiamo da un lato (causa diminuzione entrate) li recuperiamo dall’altro (creando occupazione), aumentando l’inclusione sociale e valorizzando talenti inutilizzati.

Può apparire ingenuo o semplicistico? E allora confrontiamoci. Io credo che il settore Non Profit-Terzo Settore, pur nelle sue contraddizioni, possa e debba produrre una riflessione originale su questi temi per la tradizionale attenzione e solidarietà che esprime alle sue persone. Lettori, colleghi, ragioniamoci insieme.

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