Sentenza confermata anche in secondo grado. La Corte d’Appello di Reggio Calabria ha condannato i sei imputati del processo Ricatto, nato da un’inchiesta dei carabinieri su quello che è stato definito il “branco” di Melito Porto Salvo, accusato di aver abusato per due anni di una minorenne.

A parte qualche lieve riduzione di pena per un paio di imputati, i giudici hanno accolto le richieste della Procura generale e hanno condannato Giovanni Iamonte al quale sono stati inflitti 8 anni e 2 mesi reclusione. Si tratta del figlio del boss Remingo Iamonte e nipote di don Natale Iamonte. Pene pesanti anche per gli altri componenti del gruppo: Davide Schimizzi (9 anni e 8 giorni di carcere), Antonio Verduci (6 anni e 6 mesi), Michele Nucera (6 anni), Lorenzo Tripodi (6 anni). È stata, infine, confermata la condanna a 10 mesi di reclusione anche per Domenico Mario Pitasi che rispondeva solo di favoreggiamento personale.

Nel settembre 2016 il branco era finito in manette con l’accusa di violenza sessuale di gruppo aggravata nei confronti di una tredicenne che, nel processo, si è costituita parte civile. Stando alle risultanze investigative, la ragazzina pensava di amare l’imputato Davide Schimizzi, allora diciannovenne, ma si è ritrovata presto ad essere il “giocattolo” dei suoi amici che l’avrebbero costretta ad avere rapporti sessuali.

Dalle indagini, inoltre, è che gli imputati l’aspettavano fuori dalla scuola per portarla in luoghi dove poi subiva le violenze che spesso avvenivano anche in gruppo. Ai magistrati che l’avevano interrogata, la ragazzina aveva ammesso le angherie: “Hanno voluto che facessi cose contro la mia volontà”, sono state le sue parole ai pm. Dopo le motivazioni della sentenza d’appello, che saranno depositate tra 90 giorni, il processo andrà in Cassazione. Se la Suprema Corte dovesse confermare le condanne, per il “branco” di Melito di Porto Salvo si spalancherebbero le porte del carcere.

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