Quattrocento detenuti nelle carceri italiane hanno contratto il Covid-19, così come altrettanti agenti di polizia penitenziaria. E se il ‘pacchetto giustizia’, che ha trovato spazio nel decreto Ristori, prevede fino al 31 dicembre 2020 la possibilità della detenzione domiciliare per i detenuti la cui pena da scontare (anche come parte di pena maggiore) non sia superiore a diciotto mesi, è anche vero che c’è chi, pur avendone diritto, si trova in condizione di non poter usufruire di questa possibilità. Parliamo di 1.157 detenuti che non hanno una dimora fissa e per i quali nelle ultime ore il Garante nazionale delle persone private della libertà ha chiesto da un lato di ricalibrare l’ampiezza delle misure facendo diminuire il numero delle presenze nelle celle nel più breve tempo possibile, dall’altro un coinvolgimento degli enti territoriali affinché si trovino alternative di accoglienza per chi non ha un altro posto dove andare fuori dal carcere. “I Comuni devono dare la loro disponibilità – spiega a ilfattoquotidiano.it il Garante, Mauro Palma – anche perché il carcere è il punto di arrivo di contraddizioni che nascono fuori. Bisogna trovare soluzioni diverse per quelle persone, che magari hanno commesso reati minori e che rischiano di vedersi negato un diritto”. Invece, ad oggi, la popolazione carceraria continua ad aumentare. “L’ultimo dato è quello del 31 ottobre – spiega Alessio Scandurra, coordinatore dell’Osservatorio detenzione dell’associazione Antigone – e parla di 54.868 detenuti. Il dato più basso degli ultimi mesi è stato quello di maggio (53.387) e a settembre erano 54.277. Questo significa che, nell’ultimo mese la popolazione è aumentata di circa 600 detenuti”.

GLI ESCLUSI DALLA DETENZIONE DOMICILIARE – Secondo le stime del Garante sarebbero 3.359 i detenuti che potrebbero usufruire della detenzione domiciliare. Il decreto Ristori pone dei paletti chiari: è escluso da tale possibilità chi è condannato per una serie di gravi reati (come quelli di mafia e terrorismo), ma anche i “delinquenti abituali, professionali o per tendenza”, i detenuti che sono sottoposti al regime di sorveglianza particolare e quelli che nell’ultimo anno siano stati sanzionati per alcune gravi infrazioni disciplinari, come la partecipazione a sommosse, tentativi di evasione e reati commessi a danno di altri detenuti, operatori penitenziari o visitatori. Ma l’esclusione che ha provocato l’intervento di Palma è quella che riguarda “i detenuti privi di un domicilio effettivo e idoneo anche in funzione delle esigenze di tutela delle persone offese dal reato”. Tuttavia, la stessa norma ammette la possibilità che, in questo caso, la detenzione si svolga in “luogo pubblico o privato di cura, assistenza e accoglienza”. E allora la situazione è questa: tra le persone che devono scontare una pena inferiore a sei mesi, sono 1.142 quelle che possono usufruire della detenzione domiciliare, mentre contando quelle con una pena inferiore a 18 mesi, se ne stimano 2.217. Sono i detenuti che non rientrano in tutte le altre limitazioni imposte dal decreto. Ma di questi, oltre mille restano fuori (anzi, dentro) proprio perché non hanno un domicilio.

LE ALTERNATIVE – Ci sarebbe la possibilità di essere ospitati in un “luogo pubblico o privato di cura, assistenza e accoglienza”. Ma che significa? “Intanto significa che si potrebbe creare un paradosso” spiega a ilfattoquotidiano.it Mauro Palma, perché “in questo modo se la persona in questiona ha dei problemi psichiatrici potrebbe essere accolta da una struttura idonea, se può disporre di risorse economiche può essere ospitato da una struttura privata, ma per tutti gli altri c’è un vuoto. Ecco perché credo che su alcuni temi, sia necessario intervenire con una varietà di strumenti e risposte diverse”. Quali? “Intanto si tratta di una necessità che chiama in campo i Comuni, con cui bisogna aprire subito un dialogo e che devono dare la loro disponibilità, senza escludere il controllo da parte delle autorità, per garantire l’accesso alle misure anche per chi non ha un domicilio”. Si tratta di “trovare gli strumenti adeguati per superare quella condizione sociale di inesistenza di una dimora che rischia di penalizzare le fasce già più deboli e di rendere ancora più ristretto l’accesso alle nuove misure”. Anche per Antigone “si tratta di una strada obbligata – spiega Scandurra – perché quello dei detenuti senza una dimora è sempre stato un problema, affrontato anche durante la prima ondata. Tanto che erano stati individuati dei fondi per garantire lo spostamento ai domiciliari, risorse date alle Regioni e poi ai Comuni, perché la soluzione va trovata nella rete dei Servizi sociali dei Comuni e nelle strutture che già offrono questi servizi come, ad esempio, la Caritas. Al momento non sono stati previsti nuovi fondi”. Tutto questo in un contesto che, nel frattempo, non rimane immutato, ma continua a peggiorare. Fuori e dentro al carcere, anche se le strutture sono più organizzate. “A creare nei mesi scorsi delle tensioni – continua – era stato anche il divieto di colloqui, ma ora i penitenziari sono stati attrezzati e i colloqui non sono stati bloccati. Restano, comunque, le preoccupazioni. Il carcere è un luogo più protetto rispetto ad altri, ma se entra il virus entra, è più pericoloso, perché mantenere le distanze è difficile, i detenuti non sono autonomi e aspettano chi porta loro da mangiare, chi apre il cancello”. E il virus, infatti, continua a diffondersi.

IL CONTAGIO NELLE CARCERI – “C’è bisogno di un allentamento – aggiunge il Garante, Mauro Palma – su mascherine e misurazione il sistema penitenziario è molto più pronto rispetto alla scorsa primavera, ma il problema resta. Anche perché – aggiunge – ad oggi si isolano le persone che entrano per 14 giorni e sono quasi mille i detenuti e che in questi giorni sono sottoposte a isolamento precauzionale e occupano, come è giusto che sia, una stanza singola”. Su circa 55mila detenuti nelle carceri italiane (per poco più di 47mila posti che sarebbero effettivamente disponibili), sono 400 quelle che hanno contratto il virus, ma oggi vengono fatti molti più tamponi rispetto ai primi mesi del contagio. Solo a Terni, dove la situazione è piuttosto delicata, si registrano 69 detenuti positivi su 509 (pari al 13,5% della popolazione carceraria) oltre a cinque contagi tra il personale, mentre sono 29 (su 199, quindi con un’incidenza del 14%) i positivi ad Alessandria, dove nei giorni scorsi è morto un 82enne di Livorno. Preoccupano anche i dati di Milano, con i carceri di San Vittore e Bollate, che sono però attrezzati per le cure mediche. A San Vittore si è arrivati a quota 80 positivi, ma anche i focolai di Larino (Campobasso) con 29 infetti e Livorno (25 positivi), dove a fine ottobre era morto un altro detenuto in attesa del secondo tampone.

IL RUOLO DELLA MAGISTRATURA – Si tratta di numeri nei quali non si possono ancora leggere gli effetti del decreto che, sottolinea Alessio Scandurra “non riguarda solo le persone con condanna definitiva, perché in carcere ci sono anche detenuti in custodia cautelare”. Ed è per questo che il coordinatore dell’Osservatorio detenzione di Antigone sottolinea: “Il decreto non è solo un atto normativo, ma anche un segnale politico e culturale, con cui il governo sta dicendo che c’è un problema. Un segnale che spero venga accolto dalla magistratura, perché gli effetti di questo decreto, come sempre accade, sono anche nelle loro mani. La scorsa primavera i magistrati lo hanno fatto ed era diminuito il numero di detenuti in custodia cautelare, certamente per effetto del minor numero di reati commessi, ma anche per una maggior prudenza, in tempi di pandemia, dei magistrati.

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