Ci sono notizie apparentemente poco rilevanti che si trasformano in valanghe, altre che forse sono talmente enormi che si fermano subito. Quella del contrabbando di sigarette e Cialis sulla Caprera, una delle tre navi militare dedicata ai respingimenti dei migranti, è finita nelle brevi dei giornali senza lasciare traccia. Eppure è una bomba, soprattutto per ciò che emergerà dal processo che comincia il 1° dicembre.

“A Tripoli coi ragazzi della Caprera, che difendono i mari e la nostra sicurezza: onore!”, così scriveva su Facebook Matteo Salvini, Ministro degli Interni in carica il 25 giugno 2018, in posa con l’equipaggio della nave militare che il governo italiano aveva spedito a ridosso delle coste libiche a dare manforte alla guardia costiera nei respingimenti di migranti che tentavano la sorte sui barconi.

La nave da guerra era a Tripoli dal 2017 per effetto degli accordi promossi dall’allora ministro Minniti per fermare l’esodo dei migranti favorito dal caos in cui era sprofondato quel paese. La nave militare – insieme ad altre due, anch’esse oggetto delle attenzioni della Magistratura – il suo lavoro l’aveva fatto egregiamente: intercettate 80 barche cariche di disperati e rispediti indietro circa 7000 migranti.

Se Salvini avesse immaginato che la stiva era piena di sacchi di sigarette di contrabbando e confezioni di Cialis, imbarcate a Tripoli e da scaricare a Brindisi per essere rivendute, forse avrebbe evitato la passerella, la foto e il post. La strana vocazione della Caprera l’ha scoperta la Guardia di Finanza nel corso di una perquisizione alla nave pochi giorni dopo la visita del ministro, a metà di luglio 2018: oltre al Cialis, 700mila sigarette stivate, acquistate con i fondi pubblici a disposizione ricavati da un giro di false fatture. Non era il primo trasporto, il traffico andava avanti da un po’.

L’ispezione pare sia stata generata dalla segnalazione di un militare che mandò al capitano della nave una foto dei marinai della Caprera nel porto di Brindisi mentre scaricavano la merce. Il processo è imminente, imputati l’ufficiale Corbisiero (in carcere), i tre sottufficiali della nave e un maggiore in Libia, Hamza Ben Abulad, mai estradato e recentemente addirittura promosso a capo ingegnere della guardia costiera libica. Pare fosse lui il fornitore dei marinai della Caprera: in cambio avrebbe ottenuto dall’ufficiale Corbisiero l’esclusiva della compravendita di pezzi di ricambio per le vecchie navi che l’Italia aveva donato alla Libia affinché fermasse i migranti prima che raggiungessero le acque internazionali, dove le navi delle Ong e della Guardia costiera italiana potevano soccorrerli.

Sembra una spy story di second’ordine – c’è la malavita (il contrabbando), il sesso (il Cialis) e anche l’intrigo internazionale – invece è tutto vero. Ne ha scritto questo giornale a maggio di quest’anno, l’ha portata alla ribalta internazionale un reportage di Patrick Kingsley e Sara Creta pubblicato dal New York Times il 29 settembre scorso, “The Ship That Stopped 7,000 Migrants, and Smuggled 700,000 Cigarettes”, poi tradotta e pubblicata su Internazionale 1379 come “La nave militare carica di sigarette”.

I due giornalisti danno conto anche del fatto che le operazioni di contrasto ai barconi sono state condotte segretamente dalle navi italiane con pesanti e responsabilità nel ritardare le informazioni utili a soccorrere imbarcazioni in difficoltà, uno di questi ritardi nel novembre 2017 in occasione della morte di parecchi migranti. Nel 2019 l’operazione delle tre navi militari italiane è stata oggetto di un’indagine della commissione delle Nazioni Unite per violazione dell’embargo delle forniture militari alla Libia.

In tutta la storia un dettaglio colpisce: l’ufficiale Corbisiero – 44, anni, ingegnere, indicato negli atti d’accusa come regista e capo del traffico – nel maggio 2018 organizza una festa di congedo, ha finito il servizio sulla Caprera. Nel gruppo Whatsapp della nave subito si pubblicano le foto del festeggiato con torta e, alle spalle, i sacchi delle sigarette. Una disattenzione figlia di quel sentimento di impunità che ritroviamo in tanti fatti di cronaca che coinvolgono soggetti in posizioni di potere. Le foto sono fra le prove prodotte dagli inquirenti.

Ricapitolando: un’inchiesta giornalistica racconta una brutta storia con protagonista la marina militare italiana, oltretutto nell’esercizio di un’attività al centro delle attenzioni planetarie, i respingimenti. La stessa inchiesta getta una luce sinistra sul ruolo della marina militare stessa nei rapporti con i corrispondenti libici, sia nella gestione delle procedure, che delle forniture. Pagano, in qualche caso con la morte, i disperati dei barconi. Non pervenute le contromisure della Marina Militare.

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