Napoli circondata dal virus è una polveriera pronta ad esplodere e i numeri sono in costante peggioramento. Del nuovo record di 3103 contagi registrati in Campania, che ha una popolazione di 5 milioni e 800mila abitanti, 1624 sono avvenuti nell’area metropolitana di Napoli, che ha poco più di 3 milioni di residenti (il giorno prima i casi erano ben 2008). Di questi, 643 a Napoli (223 più del giorno prima), coi suoi 972mila cittadini, e 981 nella provincia di 91 comuni tra cui città con densità abitative molto elevate (ma il giorno prima erano 1588).

Sovraffollamenti di aree geografiche e di case che hanno contribuito ad aggravare la curva del contagio? “Certamente, ma non solo questo – ricorda l’infettivologo Luigi Greco, 42 anni di esperienza in prima linea a Salerno – hanno contribuito soprattutto le consuetudini napoletane del pranzo domenicale dai nonni, delle feste di comunione e di battesimo. Hanno chiuso piscine e palestre ma si è compreso tardi che le infezioni avvenivano stando in casa o tramite eventi familiari. Aggiungiamo i ritardi della medicina territoriale, le mancate attivazioni di nuove Usca, i pochi tamponi fatti ai ragazzi che tornavano dalle vacanze di agosto e che mi telefonavano disperati perché non sapevano dove e come andarli a fare. Giugno, luglio e agosto sprecati”. Mesi in cui non si è riusciti a difendere il traguardo dei contagi zero.

Ora siamo punto e a capo. Per dare un esempio del dramma: uno dei comuni della provincia napoletana, Arzano, il paese di ‘Io speriamo che me la cavo’, best seller degli anni ’90 di un maestro delle elementari che raccontava il microcosmo attraverso i temi dei bambini, è già in lockdown. Qui i negozi sono chiusi, restano aperti solo gli alimentari, non si entra e non si esce, dopo che il numero dei positivi si è impennato all’1% della popolazione. Lo screening di massa ne ha poi scovati di nuovi a centinaia, 238 nella sola giornata di martedì. Gli attualmente positivi in Campania sono 37.704: dato che praticamente combacia con quello dei nuovi positivi di ottobre: 36.144.

La risposta dell’offerta sanitaria all’emergenza non riesce a stare al passo con l’epidemia: il governatore Vincenzo De Luca ancora il 18 settembre (due giorni prima delle elezioni) parlava di ‘situazione covid sotto controllo’. Solo il 15 ottobre, a reparti dedicati già strapieni, il coordinatore dell’unità di crisi Italo Giulivo ha dato il via alla fase D, studiata a tavolino in estate in caso di recrudescenza dell’epidemia. Prevede il dispiegamento fino a 1651 posti letto Covid in tutta la regione. Al momento sono ‘attivabili’ 1500 e ne sono occupati 1297. ‘Attivabili’ anche 227 posti di terapia intensiva: 164 sono pieni (con un balzo di 21 in più in 24 ore). Preoccupano, e molto, due fattori. Il primo è il tasso di incremento dei ricoveri: il 25 ottobre quelli ordinari erano 1151 e le terapie intensive 113. Anche immaginando che la crescita torni lineare e non rimanga esponenziale, in poco più di due settimane, seguendo le proporzioni, gli ospedali scoppieranno e non ci saranno ventilatori funzionanti sufficienti per i pazienti più gravi. Il secondo fattore è quella modifica che appare sul bollettino da qualche giorno, quando riferisce di posti letto ‘attivabili’ e non più ‘attivati’. Significa che esistono strutturalmente, ma non sono accompagnati da un numero sufficiente di medici, rianimatori e infermieri per renderli operativi h24.

E’ una guerra. Ed infatti si pensa di far scendere in campo i militari e mettere in piedi strutture da campo. “Abbiamo una linea di contatto in corso per l’ipotesi di ambulatori allestiti dall’esercito. Stiamo facendo delle valutazioni ma dobbiamo essere pronti ad ogni necessità” dice Antonio Postiglione, capo dell’equipe medica dell’Unità di Crisi per il Covid della Regione Campania. “C’è un colloquio in corso a livello nazionale per cominciare ad approfondire la logistica e l’allestimento delle tende per il pretriage. Che è un’esperienza già fatta. Certo, non possiamo aprire ospedali da campo senza personale ma stiamo facendo ogni tipo di valutazione. Abbiamo delle linee aperte su ogni tipo di previsioni di tendenza del virus, se si farà sarà per disingolfare l’attesa davanti ai pronto soccorso, quello che a volte oggi succede nelle ambulanze”. E per i posti letto che non ci sono, la cui domanda, secondo Postiglione “cresce in maniera esponenziale”, si pensa di coinvolgere la sanità privata. “Stiamo cominciando ad ampliare l’offerta aprendo a convenzioni sul covid con gli ospedali privati accreditati e gli ospedali religiosi – conferma Postiglione – abbiamo già provveduto ad allargare l’offerta con la sospensione dell’elezione, ma ora siano nella fase 3 a livello nazionale e quindi estendiamo la richiesta di collaborazione sui posti letto”. Le prime riunioni con le strutture private convenzionate sono già in corso. Per gli ospedali religiosi ci rivolgerà agli ospedali Fatebenefratelli di Napoli e Benevento, alla Villa Betania e al Camilliani di Casoria (Napoli).

Lo scorporo dei numeri su base provinciale ribadisce un’emergenza nell’emergenza: quella di Napoli. L’ospedale Cotugno, il polo di infettivologia, a furia di riconvertire reparti ha destinato 240 letti ai pazienti Covid. Ma sono già tutti pieni. Dall’ospedale del mare di Ponticelli filtrano le allarmanti chat degli operatori sanitari – pubblicate sul sito di Repubblica Napoli – sulla promiscuità tra pazienti infetti e ricoverati per altre patologie. La corsa a realizzare nuovi posti letto Covid si sta infatti consumando a discapito dei reparti ordinari. Sospesi ovunque i ricoveri programmati per patologie non urgenti e le prestazioni non essenziali. La disposizione è stata allargata anche alle cliniche private convenzionate con il servizio pubblico. E sta ‘saltando’ la rete di protezione generale: in provincia di Napoli è stato chiuso il pronto soccorso di Vico Equense (i medici, hanno detto, servivano a rafforzare il Covid Hospital di Boscoreale), mentre quelli di Nola e di Castellammare di Stabia – ospedali che secondo il manager dell’Asl Napoli 3 Gennaro Sosto potrebbero essere riconvertiti a Covid Hospital – non accolgono più i codici verdi. Per qualche ora è andato in tilt anche il pronto soccorso di Sorrento e in quelle ore una popolazione di un milione di abitanti ha rischiato di non avere un posto dove correre e provare a salvarsi in caso di infarto o aneurisma.

A Napoli città invece i pronto soccorso sono aperti. Ma intasati, a causa degli afflussi Covid. “Stanotte (tra mercoledì e giovedì, ndr) le difficoltà dei pronto soccorso sono state notevoli, ci sono state attese in qualche caso di due ore in ambulanza, dove comunque i pazienti vengono assistiti. I codici rossi, sottolineo, vengono però subito fatti entrare. Oggi, invece, la situazione è migliorata” dice Giuseppe Galano, responsabile del 118 di Napoli e coordinatore della rete regionale. “Le difficoltà – spiega Galano – dipendono ovviamente dall’afflusso covid che sta avendo una parte preponderante e che causano anche la saturazione e lo stop per continue sanificazioni dei pronto soccorso non covid dedicati. Questo ha riguardato il San Giovanni Bosco, il San Paolo, e di seguito anche il Fatebenefratelli e Villa Betania”. In crisi anche l’ospedale Cardarelli di Napoli che ha un pronto soccorso dedicato al covid ma che è sovraffollato. Nell’obi, l’osservazione breve, spiegano fonti sanitarie, “stazionano circa 60-70 pazienti covid e l’ospedale si sta giocoforza trasformando in una struttura covid con i padiglioni H, M e A dedicati al virus”.

E tra i numeri che fanno di Napoli una polveriera c’è quello del rapporto tra tamponi e positivi. La statistica campana di giovedì si inchioda al 17,49%. I dati dei tre giorni precedenti: 16%, oltre il 18%. poco sopra il 17%. Cifre sulle quali pesa il rapporto nella città capoluogo di Regione, che risulta costantemente oltre il 20% (il dato nazionale attuale è del 13,3%). In epidemiologia percentuali alte di questo rapporto indicano la difficoltà del sistema di tracciamento: si abbassa la possibilità di allargare il cerchio dei contatti intorno al positivo, e il contact tracing si strozza tra ritardi nei referti e inseguimenti a vuoto di positivi asintomatici e inconsapevoli di esserlo. Che nel frattempo hanno circolato indisturbati spargendo il virus.

E’ questo il contesto nel quale il consulente del ministro della Salute Walter Ricciardi ha invocato un lockdown immediato per Napoli dove, a suo dire “il virus circola così tanto che si può prendere al bar, al ristorante, entrando in un bus”. Il ministro Roberto Speranza ha promesso al sindaco Luigi de Magistris ed a quello di Milano Beppe Sala un focus specifico sulle loro metropoli. “Qualsiasi misura più restrittiva, a maggior ragione un eventuale lockdown, deve essere decisa da tutti: Governo nazionale, governo regionale e governo della città” gli ha risposto de Magistris. Che amministra seduto su una polveriera, e sa che il tempo rimasto per disinnescarla è poco.

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