Le “basi scientifiche” sulle quali è stato scritto l’ultimo Dpcm erano note anche a chi, come le Regioni, nella giornata di sabato ha provato ad allargare le maglie delle misure previste per provare ad arginare il contagio di Sars-Cov-2. Tutti i provvedimenti valutabili a seconda di un peggioramento del quadro epidemiologico – caso per caso e passo per passo – erano stati discussi e organizzati in un lungo report di “approfondimento complementare” ai “documenti generali già resi pubblici”, disponibile da due settimane.

La circolare del ministero – È il 10 ottobre quando il direttore generale della Prevenzione del Ministero della Salute, Giovanni Rezza, e il direttore generale della Programmazione sanitaria, Andrea Urbani, firmano l’invio del file di 115 pagine nel quale sono analizzate tutte le possibili reazioni a seconda del progredire del contagio negli ultimi mesi del 2020 e nei primi del prossimo anno: “Si trasmette, in allegato, il documento ‘Prevenzione e risposta a Covid-19: evoluzione della strategia e pianificazione nella fase di transizione per il periodo autunno-invernale’, predisposto dal Ministero della Salute, dall’Istituto Superiore di Sanità, dal Coordinamento delle Regioni e Province Autonome”.

Il documento “predisposto” anche dalle Regioni – Il documento atterra, tra gli altri, nelle caselle di posta elettronica di tutti gli assessori regionali alla Sanità due giorni dopo, il 12 ottobre. Forse stampato e rimasto in un cassetto e non condiviso con i governatori, a giudicare dalla reazione delle Regioni quando sabato il presidente del Consiglio si è presentato davanti a loro con in mano il Dpcm che prevedeva le nuove restrizioni. Eppure in quale fase si trovi oggi l’Italia è facilmente intuibile dalle slide contenute nel file e quali misure debbano corrispondere a ogni scenario in quel documento è esplicitato quasi nei minimi dettagli. Insomma, è difficile sostenere che le Regioni non sapessero a quali provvedimenti si andava incontro, visto che il report, come ricordavano Rezza e Urbani, era stato condiviso con i rappresentanti delle Regioni.

Lo “Scenario 3” – I dati delle ultime settimane hanno portato il Paese in quello che il documento definisce “Scenario 3”, cioè una “situazione di trasmissibilità sostenuta e diffusa con rischi di tenuta del sistema sanitario nel medio periodo”, con una classificazione del rischio “Alta/Molto alta”. Tradotto: “Valori di Rt regionali prevalentemente e significativamente compresi tra Rt=1,25 e Rt=1,5″. Una fase in cui si riesce “a limitare solo modestamente il potenziale di trasmissione di SARS-CoV-2 con misure di contenimento-mitigazione ordinarie e straordinarie”, c’è la “mancata capacità di tenere traccia delle catene di trasmissione” e “iniziali segnali” di “sovraccarico dei servizi assistenziali in seguito all’aumento di casi ad elevata gravità clinica” con conseguente “aumento dei tassi di occupazione dei posti letto ospedalieri”, si legge nel documento. “La crescita del numero di casi potrebbe comportare un sovraccarico dei servizi assistenziali entro 2-3 mesi”, è l’avviso. Alcune regioni, tra l’altro, sono già nello “Scenario 4”, il peggiore.

Le misure specifiche da valutare – Di fronte a questo quadro, calato nei mesi ottobre e novembre in cui l’incidenza dell’influenza stagionale viene valutata rispettivamente come “bassa” e “moderata”, per i capitoli riguardanti la “comunità” e “scuola e università” il documento chiede di valutare interventi che garantiscano il “distanziamento fisico” e cita, come esempi, la “chiusura locali notturni, bar, ristoranti”, con una specifica: “Inizialmente potenzialmente solo in orari specifici, esempio la sera-notte in modo da evitare la ‘movida’“. E nella tabella si sintetizza: “Interruzione attività sociali-culturali-sportive a maggior rischio di assembramenti”. L’applicazione è stata quella ormai nota: cinema, teatri, ristoranti, bar e sport di base. Non solo, tra le misure vengono anche ipotizzate la “chiusura scuole/università” per “classe, plesso, su base geografica in base alla situazione epidemiologica”. Più nel dettaglio: “Possibilità di attivare, a garanzia del distanziamento interpersonale e della prevenzione degli assembramenti, per gli studenti della scuola secondaria di 2° grado e dell’università, parte delle lezioni con didattica a distanza, in funzione della specifica situazione locale di circolazione virale”. E ancora: “Limitazioni della mobilità” nonché l’eventuale “ripristino del lavoro agile in aree specifiche”. Un pacchetto che corrisponde grossomodo a quanto messo in campo dall’ultimo Dpcm, di fronte al quale le Regioni hanno protestato chiedendo misure meno blande e che Italia Viva ha contestato interrogandosi sulle “basi scientifiche”.

Conte: “Ci siamo attenuti alle indicazioni” – Così, intervenendo al question time alla Camera, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha spiegato solo tre giorni più tardi cosa ha portato alla scelta: “Abbiamo uno scenario di tipo 3. Lo studio prevede possibilità di interruzione di alcune attività particolarmente a rischio, anche su base oraria, possibilità di lezioni scaglionate per la scuola, incremento dello smart working per decongestionare i trasporti. A tali misure si è attenuto il governo nell’adozione del Dpcm”, il cui testo ha aggiunto Conte è stato inviato al Comitato tecnico scientifico che “ha condiviso i provvedimenti inseriti nel testo”. Misure che ricalcano in buona parte quando contenuto nel documento già condiviso nelle settimane precedenti e ‘mediato’ anche sulla base di un trend di crescita rapido e repentino, mentre si va verso il periodo invernale, considerato il più delicato anche per “l’interferenza” dell’influenza stagionale. Sperando che la reazione “proporzionata” sia sufficiente.

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