Lo hanno presentato come il nuovo vate del pallone che avrebbe dovuto salvare la Juventus dall’abbrutimento di Sarri (uno scudetto vinto in un anno complicato da Covid e rifondazione). Hanno celebrato i suoi allenamenti, le sue idee, persino la sua “tesi di laurea” a Coverciano (30 paginette con doppio margine laterale e dentro frasi tipo “Gli attaccanti spesso sono fra i giocatori con maggior talento e con proprie particolari caratteristiche”, più altre ovvietà del genere). Hanno continuato a chiamarlo “maestro” con una tale insistenza, che alla fine deve essersene convinto pure lui. Solo che la realtà per il momento è un po’ diversa da “Pirlolandia”.

La Serie A è partita da un mese e la Juve di Andrea Pirlo stenta, balbetta, quasi sempre pareggia: 2-2 con la Roma, 1-1 col piccolo Crotone, di nuovo ieri in casa con l’Hellas Verona. La classifica non è terribile (-1 dall’Inter, alla pari dell’Atalanta) ma inganna: dentro c’è la vittoria a tavolino per la famosa partita mai disputata col Napoli. Le sentenze, come è noto, si rispettano e fino a verdetto contrario quei 3 punti sono giustamente della Juve. Ma certo non si possono attribuire alla gestione tecnica di Pirlo. La verità è che sul campo, fin qui, l’ex campione del mondo ha conquistato solo una vittoria in quattro partite di campionato, all’esordio contro la Sampdoria. Immaginate se un avvio del genere l’avesse fatto Sarri: sarebbe già stato sbranato dalle critiche, praticamente ad un passo dall’esonero. Nulla, invece, ancora intacca l’autorevolezza di Pirlo, solo cominciano ad affacciarsi i primi velati, timidissimi interrogativi.

Numeri alla mano, sarebbe in realtà il peggior avvio della Juventus del grande ciclo dei 9 scudetti consecutivi, dopo soltanto il secondo anno di Allegri, che partì malissimo e finì in trionfo. I tifosi bianconeri si augurano che vada alla stessa maniera, Pirlo pure. Le condizioni ci sono: la Juventus resta la squadra più forte della Serie A, c’è l’alibi (e non da poco) dell’assenza di Cristiano Ronaldo, si intravede anche qualche sprazzo di bel gioco riconducibile alle idee, di sicuro innovative e coraggiose, dell’allenatore. Sono però ancor più evidenti i problemi. La Juventus in questo momento è una squadra ancora molto confusa. Si è capito a grandi linee come Pirlo vorrebbe vederla giocare (un 3-4-3 con ruoli e schemi fluidi, caratterizzato dai due esterni offensivi a tutta fascia), ma non come pensa di riuscire a farlo. Ci sono tanti, forse troppi giocatori fuori ruolo o posizione: Danilo centrale di difesa, Arthur comprato come regista di qualità e piazzato a correre in mezzo al campo, Kulusevski a volte esiliato in fascia (col talento è decisivo pure lì), Dybala non proprio al centro del progetto.

In tutto questo c’entra il mercato, ma c’entra pure lui. Pirlo, che è stato un grandissimo calciatore, è stato promosso grandissimo allenatore senza un solo giorno di panchina alle spalle. Non ha precedenti, perché gli illustri predecessori (da Zidane a Guardiola) avevano comunque allenato da vice o nelle giovanili. Lui no, è arrivato direttamente al vertice. E non l’ha fatto nemmeno in punta di piedi, perché dal lancio dei giovani (Frabotta, Portanova) alle rivoluzioni tattiche, non ha avuto alcun timore a fare scelte rischiose. Ed è giusto che sia così, è giusto che Pirlo abbia il coraggio di proporre le sue idee. È un valore. Ma anche l’esperienza è un valore, è ciò che ti aiuta a distinguere una scommessa da un azzardo, una trovata geniale da una fesseria. Fin qui sul campo Pirlo ha incontrato altri allenatori, meno blasonati ma con tanta gavetta alle spalle, che gli hanno dato una lezione: gente come Juric, Stroppa, che si è costruita una carriera partendo dal basso e passando da sonore batoste. E che si è conquistata con merito la Serie A. Probabilmente ci riuscirà anche Pirlo. Forse sarà davvero un “maestro” in panchina, proprio come lo era stato da calciatore. Il primo passo, però, è diventare un allenatore.

Twitter: @lVendemiale

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