L’hanno detestato in molti. Più o meno per 25 anni. Perché l’amicizia non è un sentimento assoluto, ma una variabile dipendente. La parte difficile è capire se a influenzarla sono più i risultati che si centrano o quelli che si lisciano. Soprattutto nel calcio. “Nell’ambiente ho un solo amico, che risale ai tempi della Sampdoria. Con tutti gli altri intrattengo dei normali rapporti professionali”, si è lasciato sfuggire nel 1994. Ed è vero. Perché per Marcello Lippi l’antipatia è uno strumento buono per affermare la propria particolarità. Quella di un viareggino allergico allo spirito del carnevale, di un uomo di mare che ha trovato fortuna lì dove di acqua non c’è neanche l’ombra. Il suo sentimento è la nostalgia, come il Subbuteo ai tempi dei videogiochi, la sua cifra è lo scontro. Perché Lippi è insurrezione continua, opposizione anche quando si è al governo. È Bertolt Brecht che scrive: “Ci sedemmo dalla parte del torto perché tutti gli altri posti erano occupati”. E ora che ha deciso di appendere il sigaro al chiodo, che ha annunciato l’addio alla panchina, i suoi amici si sono improvvisamente moltiplicati. Segno che l’ex commissario tecnico ha smesso di far paura. Un sentimento che è il minimo comun denominatore di una carriera che si è fermata dopo 35 anni di successi sfavillanti e di sconfitte sanguinose.

Gli inizi sono un breve trascinarsi lungo i campi perennemente all’ombra della Serie C: Pontedera, Siena, Pistoiese, Carrarese. La prima svolta arriva nel 1989. Edmeo Lugaresi, l’uomo capace di equilibrismi come “giochiamo in Provenza, ma non so in Provenza di cosa”, lo porta a Cesena. Durante la conferenza stampa di presentazione una cronista guarda l’allenatore ed esclama: “Oddio, sembra Paul Newman”. Altri dissentono: “Sembra più Bigon con una parrucca grigia”. Nel ritiro lancia un paio di frasi spot: “Il nostro spettacolo sarà l’aggressività, la nostra forza sarà la volontà”. E funziona. Il Cesena si salva. Anche se all’ultima giornata. Ma è nell’anno successivo che qualcosa si rompe. Al giro di boa del campionato i bianconeri sono ultimi in classifica con 9 punti. Lugaresi convoca il suo allenatore e gli comunica l’esonero. Poi scoppia a piangere per il dispiacere. Lippi deve ricominciare tutto daccapo. Il nuovo purgatorio si chiama Serie B. Con la Lucchese. E Marcello rischia di vedersi trascinare nella mediocrità: 21 pareggi in 38 giornate, 8 vittorie, 9 sconfitte. Tropo poco per uno con la sua ambizione.

Nel 1992 Percassi gli affida la panchina dell’Atalanta. Ed è da Bergamo che Lippi inizierà la battaglia contro la zona pura. Lui che per una vita ha giocato come libero non riesce proprio a innamorarsi della difesa in linea e del fuorigioco. E non perde occasione per ribadirlo. “Intanto mi piacerebbe sapere cosa si intende quando si scrive e si disquisisce di calcio spettacolo – dice – Innovatori e proiettati verso il futuro zonaioli, tutti gli altri poveracci retrò. Io credo che sia una dimostrazione di intelligenza saper utilizzare al meglio i giocatori a disposizione senza volerli piegare a tutti i costi a un modulo. E poi ci sono altri mille particolari oltre al pressing e al fuorigioco“. E ancora: “Se preferisco “zona” o “uomo”? Le divisioni sono ridicole. Vuole banalizzare? Sono un po’ Sacchi e un po’ Trapattoni“. Nel calcio delle addizioni, dove sempre più principi si vanno a sedimentare uno sopra l’altro, lui si batte per la sottrazione, per la scarnificazione. E i numeri gli danno ragione. A metà campionato la Dea è terza dietro alle milanesi. Un risultato incredibile a inizio stagione. Così qualcuno gli domanda se crede di poter svestire i panni dell’allenatore e indossare quelli del commissario tecnico della Nazionale. È presto. Ancora dannatamente troppo presto.

Perché Lippi sta plasmando una squadra a sua immagine e somiglianza. E non c’è spazio per il divertimento, anzi. Un giorno l’assistente spirituale della squadra, padre Alvaro Durante, dice a un giornalista che l’Atalanta punta alla Uefa. Frasi che grattugeranno i nervi di Lippi, che non mancherà di farlo presente al parroco. Senza andare troppo per il sottile. I nomi che vanno in campo sono importanti: Paolo Montero, Alemao, Ganz, Porrini, Ferron, Rambaudi. Ma anche Carlo Perrone, uno che si è diplomato come cuoco al Cordona Bleu grazie a una tesi sulla pastasciutta. A fine marzo le cose cambiano. E anche parecchio. L’Atalanta scivola all’ottavo posto. Le sconfitte contro Napoli e Foggia fanno crollare il castello che aveva creato. Percassi gli rimprovera di far giocare male la squadra. La rottura è nell’aria, così in conferenza stampa Lippi passa al contrattacco. “Nell’Atalanta c’è qualcuno che ha deciso di prendere qualche zonaiolo, che si è messo a parlare di calcio-champagne – tuona – Sento di dover lasciare libera la società di fare le sue scelte”. L’addio è inevitabile.

Ottavio Bianchi lo porta a Napoli. Anche se Ferlaino è contrario, anche se il presidente gli appiccica addosso l’etichetta di “non vincente”. I partenopei sono in crisi. Devono abbassare il monte ingaggi del 50%, ridurre i premi partita. Qualcuno addirittura parla di “Napoli dei poveri”. Una definizione offensiva. Soprattutto perché è vera. La campagna acquisti viene chiusa solo grazie ai prestiti: ben 6. Fonseca diventa la stella di una squadra che riesce a mandare in campo qualche giocatore esperto come Ferrara e Bia intorno a tanti giovani come Cannavaro e Pecchia. Qualche giornalista insinua che Lippi sia stato chiamato in qualità di yesman, di allenatore pronto a far banchetti con le briciole che può passare il convento partenopeo. Ma non è così. Perché il tecnico di Viareggio mette fuori rosa Policano e Nela. Remano contro, farà capire qualche tempo dopo. Sono le prove generali per le guerre che condurrà contro i suoi nemici storici: Zdenek Zeman, Roberto Baggio (che sotto la gestione Lippi verrà ceduto da Juve e Inter) e Christian Panucci (che per un “vaffa” di qualche anno prima si perderà il Mondiale). Ma la sua ossessione è sempre la stessa: la zona. “Non esistono moduli vincenti: chi ha detto che una squadra schierata a zona fa più spettacolo di una che pratica la marcatura tradizionale? In campo conta la volontà, l’atteggiamento giusto verso quello schema imparato a memoria durante la settimana”.

La salvezza è un obiettivo troppo piccolo per Lippi. Che porta la squadra al sesto posto. A metà stagione comincia il corteggiamento di una Juventus in difficoltà. La partita fra bianconeri e il Lecce viene vista da appena 1800 paganti, gli Agnelli annunciano la chiusura dei rubinetti. Serve una rivoluzione. Possibilmente a basso costo. Lippi è l’uomo perfetto, non il preferito. Perché Giraudo vorrebbe portare a Torino Eriksson. Solo che poi dovrebbe fare un mercato troppo oneroso per le possibilità di un club alle prese con la crisi della Fiat. Meglio affidarsi a Lippi, dunque. Anche se in molti considerano il suo calcio preistorico. Anche se per tutti è il grigio che avanza. La sua presentazione è un lungo monologo contro il nemico di sempre. “Credo che in Italia si sia commesso un errore madornale: considerare acculturato solo chi applica il gioco a zona. Gli altri tutti retrogradi. Ma la sentite la gente nei bar, nei taxi? Ormai si parla solo di numeri: tu fai il 4-3-3 o il 4-4-2? Eppure lo schema può contare poco o nulla, dipende dai giocatori, dalla loro voglia, dalle caratteristiche singole, dalla velocità di esecuzione, dalla spregiudicatezza. Il modulo rigido discrimina le qualità, le imbavaglia“. Una battaglia che è diventata un’ossessione, un concetto da ripetere a ogni intervista, un mantra per arrivare all’(auto)affermazione.

L’inizio non è dei migliori. La sconfitta a Foggia alla sesta giornata relega la Signora al quinto posto. I dubbi cominciano a volteggiare sopra la sua testa. L’Avvocato si presenta davanti alle telecamere e dice che la Ferrari ha più possibilità di vincere il Mondiale che la Juve lo scudetto. E in quegli anni la Rossa è tutto fuorché veloce. A Padova le telecamere indugiano su Ravanelli. E l’attaccante è particolarmente impegnato a mandare a quel paese il suo allenatore. I derby sono uno strazio, con la Juve che colleziona solo sconfitte. Lippi gioca in maniera offensiva, ma nessuno sembra volerglielo riconoscere. Lo accusano di chiedere troppo sacrificio in difesa alle punte. Scala, addirittura, dice che Ravanelli fa il terzino. Un terzino che segna 30 gol. A fine anno la Signora è prima. Con 10 punti di vantaggio su Parma e Lazio. Ma è la vittoria di Lippi, non della Juventus. È il trionfo di un calcio che è stato sminuito, indicato come cavernicolo. E il tecnico non vede l’ora di affermarlo. “Dal Mondiale al nostro scudetto si è stemperata la lotta fra le fazioni, fra i sostenitori di un modulo piuttosto che di un altro. È stato dimostrato che sono le cose semplici a essere determinanti: la voglia, la grinta, l’unità, l’aggressività, l’entusiasmo. Le persone intelligenti hanno capito che fra due sistemi di gioco esistono milioni di sfaccettature, e che l’importante non è la forma, ma l’interpretazione”.

Stavolta l’Avvocato gli stringe la mano e gli dice: “Lei è il miglior viareggino. Dopo la Sandrelli“. È comunque un’incoronazione. L’anno dopo arriva la Champions League, a Roma contro l’Ajax. Poi ancora l’Intercontinentale, grazie al gol di Del Piero, e altri due scudetti. Trionfi bilanciati dalla delusione per le altre due finali di Coppa dei Campioni perse, prima contro il Borussia e poi contro il Real Madrid. Ogni ciclo però è fatto per concludersi. A metà del quinto anno, con una Juventus in profonda crisi, Lippi si dimette. Ma non resta a lungo disoccupato. L’anno successivo è sulla panchina dell’Inter. In molti gridano al tradimento. Solo che stavolta la rivoluzione non attecchisce. Nella sua prima stagione arriva quarto. Ma solo dopo aver vinto lo spareggio contro il Parma. L’annata successiva assume i contorni dell’incubo. Nelle prime tre giornate di campionato perde contro Reggina e Udinese. Ma, soprattutto, viene eliminato dall’Helsingborg nel turno preliminare di Champions League. Lippi si presenta davanti alle telecamere e dà vita a un vero e proprio show: “Se io fossi il presidente manderei via l’allenatore e poi attaccherei i giocatori al muro e li prenderei a calci nel culo tutti”.

Ma Lippi è anche l’uomo dei grandi ritorni. Nel 2001 si sposa di nuovo con la Signora. Dall’unione nasceranno due scudetti. Ma anche la terza finale di Champions persa, stavolta contro il Milan. Il 2004 è l’anno che cambierà per sempre la sua figura. Dopo il fallimento di Giovanni Trapattoni, la Figc gli affida la panchina dell’Italia. Proprio come era successo ai tempi della Juve. “La Nazionale è nei sogni di qualsiasi allenatore e quindi anche nei miei”, dice. L’allenatore che aveva allenato la squadra più divisiva d’Italia ora è il simbolo di unità nazionale. I Mondiali del 2006 sono semplicemente perfetti. Più sul piano della gestione del gruppo che su quello del gioco. Gli azzurri non impongono la loro forza, non sempre il loro gioco. Per i calciatori il ct non è Lippi, ma Marcello. Uno che non si fa pregare quando c’è da alzare la voce ma che sa anche ascoltare, che sa capire, che sa farsi amare. Come successo con Totti e De Rossi. La vittoria sulla Francia in finale è la foto di un collettivo che è andato oltre ai propri limiti, di una squadra che si è fatta amare e odiare per lo stesso, identico, motivo: la sua capacità di compattarsi, di trovare dentro di sé la forza per battere chiunque brillando il meno possibile. Lippi solleva la coppa e saluta. Ma poi deciderà di tornare. E stavolta il risultato sarà molto diverso. I Mondiali in Sudafrica durano appena tre partite. L’Italia non riesce a vincere. Mai. Né contro il Paraguay, né contro la Nuova Zelanda, ne contro la Slovacchia. L’addio è mesto, il futuro è una terra straniera. Due anni più tardi Lippi si trasferisce in Cina. C’è del calcio da trapiantare, un movimento da far crescere. Con il Guangzou Evergrande vince tre campionati e una Champions League asiatica. Poi arriva la Nazionale cinese. Fino a quando Lippi non ha preso tutti in contropiede dicendo basta. Almeno come allenatore.

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