“Ero paralizzato”. Keith Jarrett, uno dei pianisti jazz più celebrati al mondo, parla per la prima volta dopo due anni dei problemi di salute che lo hanno tenuto completamente lontano dalle scene: un doppio ictus che lo ha colpito nel 2018, lasciando parzialmente bloccata la parte sinistra del suo corpo. In un’intervista al ‘New York Times‘, in occasione dell’uscita della registrazione del suo concerto a Budapest del 2016, in uscita il 30 ottobre. L’ultima volta che Keith Jarrett si è esibito in pubblico, alla Carnegie Hall nel 2017, il suo rapporto con il pianoforte era l’ultima delle sue preoccupazioni. Avrebbe dovuto tornare alla Carnegie il marzo successivo per un altro di quei recital da solista che hanno creato la sua leggenda.

Ma la performance prevista per il 2018 fu bruscamente cancellata, insieme al resto del suo calendario di concerti, con una comunicazione che citava problemi di salute non meglio precisati. Poi due anni di silenzio. Ed ora la rottura di quel silenzio: “Il mio lato sinistro è ancora parzialmente paralizzato. Sono in grado di provare a camminare con un bastone, ma ci è voluto molto tempo, ci è voluto un anno o più. E non mi muovo quasi per niente per casa, davvero”, ha detto al New York Times, parlando al telefono dalla sua casa nel nord-ovest del New Jersey.

Jarrett ha spiegato di aver cercato di suonare dopo l’ictus ma più come fosse un gioco. “In questo momento non mi sento un pianista. Questo è tutto quello che posso dire al riguardo”. Poi ha aggiunto: “Ma quando sento la musica per pianoforte a due mani, è molto frustrante, dal punto di vista fisico. Perché so che non potrei farlo. E non mi aspetto di recuperarlo. Il massimo che mi aspetto di recuperare con la mano sinistra è forse la capacità di tenere una tazza. Quindi non si tratta di dire ‘sparate al pianista’. Mi hanno già sparato”, ha detto ridendo. Quanto al panorama jazz attuale e ai tanti che cercano di imitare il suo stile inimitabile, fatto di improvvisazione e creatività pure, Jarrett sentenzia: “Mi sento il John Coltrane dei pianisti. Tutti quelli che hanno suonato il sax dopo di lui hanno mostrato quanto gli dovevano. Non era la loro musica. Era solo un’imitazione”.

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