Interno notte. Divano di velluto (o così pare) azzurro. Donna bionda con un viso dai tratti marcati siede accanto a un giovanotto spettinato. A dispetto dei dettagli, non siamo in una stanza che ammicca a un quadro di Hopper. Siamo nel casermone del Grande Fratello Vip. Stefania Orlando dice a Tommaso Zorzi di aver ‘preso uno Xanax’. Lui ride. La regia stacca. Su Twitter, la parola Xanax finisce al primo posto tra le tendenze e si leggono commenti di questo tipo: “Ora che so che ha preso lo Xanax non faccio altro che ridere guardando Stefania“, “Stefania nell’iperspazio dopo lo Xanax“. Il primo snodo della storia: perché staccare bruscamente audio e cambiare inquadratura al solo sentire pronunciare la parola Xanax? Che è, una bestemmia? ‘Ansia’ da pubblicità? Difficile, visto che ormai la marca è diventata “il prodotto”. Ma partiamo proprio dalle basi: lo Xanax, cos’è? Lalprazolam è un ansiolitico che fa parte della famiglia delle benzodiazepine, più precisamente triazolo–benzodiazepina. Si tratta di una classe di farmaci la cui assunzione è indicata soltanto quando il disturbo è grave, disabilitante o sottopone il soggetto a grosso disagio. In particolare, lo Xanax (uno dei nomi commerciali) ha un’azione a breve durata e viene usato, tra le altre, per combattere i disturbi di ansia e gli attacchi di panico. Un farmaco. Se un concorrente decide spontaneamente di confessare che sta assumendo un farmaco, come mai “è meglio non sentire”? Sulle modalità con le quali Stefania Orlando “prende lo Xanax”, niente si può dire: saprà lei, in accordo con il suo medico, quanto e come. E se da una parte la regia del Grande Fratello ha preferito “cambiare subito discorso e prospettiva”, dall’altra, sui social, “le matte risate“. Tommaso Zorzi ridacchia ed è tutto un fiorire di “queen“, “li amo“, “non smetto di ridere“. Sia inteso, il politicamente corretto ha decisamente rotto le scatole ed è quasi un dovere poter scherzare su tutto, a maggior ragione sui tabù. Solo che qui siamo un passo prima, perché il tabù della malattia mentale è ancora lontano dall’essere abbattuto. Qui manca la parte precedente, quella della comprensione. E così abbiamo da una parte la vergogna di ammettere di avere bisogno di aiuto o di stare seguendo un percorso per guarire, dall’altra lo “scherzetto”, la risata, la totale mancanza di consapevolezza, soprattutto nei giovani. Con lo Xanax non si va “nel’iperspazio”, come scrive qualcuno. E non si tratta neanche di un farmaco da prendere come una caramella alla menta dopo aver mangiato cipolla. In Italia è in aumento il consumo di benzodiazepine: nel 2017, secondo dati Aifa, c’è stato un consumo di circa 50 dosi giornaliere ogni mille abitanti, con un incremento di circa l’8% rispetto all’anno precedente. “È forte la tendenza a medicalizzare ogni aspetto problematico del nostro vivere quotidiano, cercando una risposta immediata a ogni sintomo ansioso o depressivo – le parole della dottoressa Agnese Rossi, sito Humanitas – A volte però questi sintomi non sono solo psicopatologie da anestetizzare immediatamente con un farmaco, che ovviamente ci può dare un grande aiuto, ma sarebbe importante ascoltare anche cosa ci dice il nostro corpo attraverso questi segnali (…). Non è da sottovalutare un percorso psicoterapeutico, spesso parallelo a una farmacoterapia, che certamente richiede più tempo e impegno, ma ci aiuta a comprendere a fondo chi siamo e a rispondere con genuinità ai nostri bisogni e desideri più veri”. Ed ecco il terzo “drago” della storia: Xanax (e famiglia) come farmaco-caramella, secondo la vocazione del risolvere tutto e subito, la mancanza di tempo o peggio, “la vergogna” del seguire un percorso psichiatrico e psicologico. Ce n’è da riempire volumi interi, con questa storia che certo non somiglia a una favola dei Grimm. Televisione, media, personaggi influenti: adoperatevi per trasmettere consapevolezza, soprattutto nei ragazzi, rispetto alla malattia mentale. Che non sia stigmatizzata e che venga presa sul serio. Che non sia oggetto di meme o, peggio, di una visione del “farmaco come caramella”. “Vedo molto bene che l’immaginazione ha un grosso ruolo nei miei timori, ma questo nemico non basta conoscerlo per averlo vinto“. Così Manzoni. Alessandro, sì. Che di agorafobia e attacchi di panico soffrì tutta la vita e che ne parlò come di un'”angoscia incontenibile”. Ora, ditemi, amici dei social, che cazzo c’è da ridere al solo sentire la parola Xanax?

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