Al cardinale Angelo Becciu sono stati tolti 8 anni di vita. Sì, perché dal punto di vista canonico il porporato nativo di Pattada, in Sardegna, è come se avesse compiuto già 80 anni. A dispetto dei 72 anni anagrafici festeggiati il 2 giugno 2020. Da più parti erroneamente, infatti, si definisce Becciu come un “ex cardinale”, quando, invece, attualmente egli è ancora membro del Collegio cardinalizio, ma senza più i diritti connessi alla porpora.

Cosa che avviene per tutti i cardinali al momento del compimento degli 80 anni di vita, così come stabilito da San Paolo VI. Da un punto di vista canonico, è come se Becciu avesse viaggiato nel futuro di 8 anni e fosse già nel 2028. È noto, invece, che non c’è stato nessun intervento di una fantomatica macchina del tempo, ma soltanto un provvedimento, durissimo ma non inedito, di Papa Francesco.

Becciu ha ricevuto la porpora, nel 2018, proprio da Bergoglio. L’allora sostituto della Segreteria di Stato, una sorta di ministro dell’Interno vaticano, e delegato speciale presso il Sovrano Militare Ordine di Malta, fu, qualche settimana prima di ricevere la berretta rossa, nominato prefetto della Congregazione delle cause dei santi. A seguito dell’inchiesta finanziaria che ha letteralmente travolto la Segreteria di Stato, Francesco ha chiesto a Becciu di fare un duplice passo indietro dimettendosi dal vertice del suo dicastero e rinunciando ai diritti connessi al cardinalato. Ovvero non potrà più entrare in un eventuale conclave ed eleggere il Papa, né essere membro dei dicasteri della Curia romana.

C’è chi ha fatto rilevare che la perdita dei diritti connessi al cardinalato permette ora alla magistratura vaticana di poter indagare Becciu, cosa che diversamente sarebbe stata riservata soltanto al Pontefice. Sicuramente questa è un’interpretazione più che valida, ma non è l’unica possibile. Che Francesco si sia posto, e non certo da oggi, il problema della sua successione è cosa ben nota agli osservatori vaticani. Ne ha parlato diverse volte, in modo più o meno confidenziale, e sicuramente lo ha ben chiaro quando nomina i nuovi cardinali, ovvero coloro che dovranno scegliere il suo successore. Non ammetterlo sarebbe pura utopia.

Impedire a Becciu di entrare nella Cappella Sistina, vuol dire allora anche fare in modo che il suo significativo contributo non pesi sotto le volte affrescate da Michelangelo. Non tanto come successore di Francesco, bensì come grande elettore del prossimo Papa. Il suo curriculum di nunzio apostolico prima e di sostituto della Segreteria di Stato poi, gli ha permesso di avere una visione internazionale della Chiesa cattolica e di stabilire profondi legami di stima e amicizia, ben al di là degli stretti confini italiani.

Stimato e ascoltato, prima dell’improvvisa defenestrazione, durante la Sede Vacante Becciu avrebbe potuto svolgere un ruolo prezioso per indirizzare il conclave. Averglielo negato, due anni dopo averlo rivestito con la porpora, è indicativo di un timore su come il cardinale avrebbe potuto influenzare i suoi confratelli nella scelta del dopo Bergoglio.

Una scelta, bisogna ammetterlo per amore di verità, che ha sempre angosciato il Papa latinoamericano, timoroso che le sue riforme possano essere sovvertite dal successore. È evidente, però, che non si può governare con l’angoscia di cosa avverrà dopo perché altrimenti si finisce per governare male o addirittura non governare, pensando non al bene, in questo caso della Chiesa cattolica ovvero dei fedeli, ma a non essere smentiti in un futuro inevitabilmente imminente. Se San Giovanni XXIII avesse avuto questa angoscia, non avrebbe di certo indetto e aperto il Concilio Ecumenico Vaticano II, avversato dalla Curia romana, ben consapevole che non sarebbe riuscito a chiuderlo. E così Benedetto XVI non si sarebbe dimesso, temendo di assistere in vita alla sconfessione di tutto o di parte del suo pontificato.

Nei confronti del cardinale Becciu, Francesco ha fatto ciò che ha ritenuto giusto fare. Nei tempi e nei modi che ha creduto equi. La storia, recente e futura, dirà se ha agito d’impulso, se è stato manipolato, o se, invece, ha meditato a lungo alla defenestrazione di un porporato da sempre ritenuto a lui molto vicino e fedele. E del quale si è sempre servito fin dal suo arrivo a Roma, dapprima disorientato nel destreggiarsi nella Curia romana che poi ha avversato con tutte le sue forze pur essendone inevitabilmente il vertice.

Del resto, nel suo documento programmatico, l’esortazione apostolica Evangelii gaudium, Francesco scrisse: “Dal momento che sono chiamato a vivere quanto chiedo agli altri, devo anche pensare a una conversione del papato. A me spetta, come vescovo di Roma, rimanere aperto ai suggerimenti orientati ad un esercizio del mio ministero che lo renda più fedele al significato che Gesù Cristo intese dargli e alle necessità attuali dell’evangelizzazione”.

Continuando poi: “Il Papa Giovanni Paolo II chiese di essere aiutato a trovare “una forma di esercizio del primato che, pur non rinunciando in nessun modo all’essenziale della sua missione, si apra ad una situazione nuova”. Siamo avanzati poco in questo senso. Anche il papato e le strutture centrali della Chiesa universale hanno bisogno di ascoltare l’appello ad una conversione pastorale”. Che la vicenda di Becciu spalanchi finalmente le porte a una riforma del papato?

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