Se il problema, ed è serio, è l’impennata di infezioni di Sars-Cov 2 che fanno della Campania la regione con il numero più alto di positivi (431 nel bollettino del 5 ottobre) e coi reparti Covid pieni o quasi, la soluzione non può essere soltanto la raffica di ordinanze restrittive del governatore Vincenzo De Luca: per limitare gli invitati ai matrimoni, oggi per chiudere alle 23 i locali, domani chissà. Ne discutiamo con il chirurgo vascolare con una passione per numeri e dati Paolo Spada, chief editor della pagina Facebook Pillole di Ottimismo, luogo virtuale da un milione e 700mila contatti quotidiani dove è possibile leggere analisi lucide e neutre sui numeri del contagio e sulle loro cause.

Dottor Spada, cosa non sta funzionando in Campania?
Dai numeri emerge che il rapporto tra positivi e persone testate è alto, supera il 7%. Questo è un segnale di sofferenza dei sistemi territoriali di tracciamento: più è alto questo indice, più è bassa la possibilità di allargare il cerchio dei contatti attorno al positivo, perché evidentemente la capacità di erogare e refertare il test in tempi utili è limitata. Il collo di bottiglia è questo.

Lei parla di persone testate e non di numero di tamponi: perché?
Perché i due dati non sono uguali, non sono la stessa cosa. In Italia persiste questa maledetta pratica del doppio tampone negativo per rilasciare una persona dall’isolamento, che ci fa sprecare un sacco di tamponi e risorse per seguire il malato in tutta la sua convalescenza. Ma nel mondo tutti questi tamponi non si fanno, il tampone si fa solo per la diagnosi, poi dopo dieci giorni senza sintomi la persona viene liberata perché non è più contagiosa.

Comunque in Campania il numero di tamponi appare oggettivamente modesto rispetto alle medie nazionali: meno di 5000 lunedì 5 ottobre, una media di circa 7000 nei giorni scorsi, per una regione di quasi sei milioni di abitanti. Il Lazio ne fa circa il doppio.
Leggo soltanto i numeri e i numeri ci dicono alcune cose. Ci dicono anzitutto che quando una regione ha un numero elevato di infezioni, deve rispondere con un maggior numero di tamponi e persone testate. Se non lo fa, questo genera una ulteriore difficoltà. Altrimenti altre persone sfuggono dal contact tracing di un focolaio, e il contagio nel frattempo si è allargato. In questi casi tempestività e disponibilità dei test sono fondamentali.

De Luca e i suoi tecnici spesso ricordano che Napoli e la provincia napoletana sono ad altissima densità abitativa e questo, unito a comportamenti imprudenti (feste, assembramenti), spiegherebbe un più alto rischio contagio e numeri maggiori. È una motivazione sufficiente di quel che sta accadendo?
Non giudico. Cerco di mettere sullo stesso piano tutte le regioni e così calcolo il numero di casi settimanali ogni 100mila abitanti. È un dato più oggettivo, che ci consente di dire che la Lombardia non è la regione peggiore d’Italia, anzi tutto sommato è tra le migliori in questo momento. La Campania invece ha numeri più consistenti, 42 casi settimanali ogni 100mila abitanti, Napoli 55, superiori alla media italiana di 25. Intendiamoci: Parigi è a 180, siamo ancora molto lontani dalle medie europee. Da questo punto di vista mi sento di tranquillizzare i cittadini campani: c’è una circolazione virale indubbiamente aumentata, ma siamo ancora in presenza di ampi margini di tollerabilità e con un impatto modesto sui carichi sanitari.

Per la verità dagli ospedali napoletani arrivano segnali d’allarme. Il Cotugno è praticamente pieno e il suo manager, Maurizio Di Mauro, si è detto “preoccupato”
Non ho accesso diretto a questi dati. Molti colleghi e utenti che si interfacciano con la nostra pagina Facebook ci dicono però che spesso la tipologia di paziente non è grave. È ricoverato in via precauzionale perché non le condizioni socio-familiari non consentono l’isolamento domiciliare, con il rischio di infettare tutta la famiglia. Così i carichi ospedalieri sembrano piuttosto elevati, ma forse c’è un largo margine di reimpiego di quei letti se dovessero arrivare casi davvero severi. Del resto mi pare che anche De Luca abbia parlato di un elevato numero di infezioni asintomatiche in Campania.

Ha dato una percentuale precisa durante la diretta del venerdì: il 98%
Mi pare un po’ improbabile… ma sarebbe una conferma che molti di quei posti letto possono essere riutilizzati.

Detto questo, la Campania era una di quelle regioni arrivate presto e bene a contagi zero. Poi cosa è successo?
La Campania è stata una delle regioni migliori in assoluto per gran parte dell’epidemia. In particolare nel processo di liberazione dal lockdown, dopo il 4 maggio, arrivavano numeri esemplari. Un profilo bassissimo, costante, evidenza di una circolazione virale molto limitata. Cosa sia successo dopo non lo so. Probabilmente l’estate ha determinato comportamenti che prima non c’erano. Ma mi fermo qui perché non ho un’osservazione diretta del territorio.

E si torna al dibattito di chi è la colpa. In Campania si punta spesso il dito contro i cittadini
È un dibattito che non mi appassiona. Preferisco annotare che il problema non dipende solo dai comportamenti, ma anche dalla capacità del sistema di intercettare gli infetti e di mettere in atto misure di diagnosi rapida che dipendono dai servizi territoriali. Sulla nostra pagina abbiamo testimonianze quotidiane di operatori sanitari del territorio che non hanno visto un reale potenziamento di questi servizi rispetto alla seconda ondata largamente annunciata. E non mi riferisco solo alla Campania. Il nostro sistema però ha funzionato meglio di altri e non dobbiamo prenderlo a calci. Va però senz’altro potenziato, e aiutato da snellimenti normativi, abrogando ad esempio il tamponamento infinito dei singoli infetti, che non ci rende migliori degli altri paesi. I guariti non hanno mai contagiato nessuno.

Domanda secca: la Campania arriva al massimo a 8000 tamponi al giorno, sono sufficienti?
Esiste un rapporto corretto tra positivi e persone testate, se i positivi aumentano deve aumentare anche il numero di tamponi. In questo momento no, il numero non è sufficiente.

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