Le mie smart vacancy si sono protratte oltre tempo, ma adesso sono tornato tutto vostro. Prima di alzare il sipario sul prossimo atto de “Le avventure di Picc e Peg” un breve ripasso di quelli precedenti: abbiamo esordito con una “bella” polmonite, introdotto quella sagoma della Picc (un catetere venoso da braccio) e conosciuto l’incantevole infermiera Martina.

Nel secondo atto è toccato ad altre infezioni (la candida e lo stafilococco), a un comodo catetere venoso posizionato sul collo (il Cvc), e presentato quella birba della Peg, ovvero un buco nello stomaco ove inserire un tubicino che protubera in fuori e da collegare a una flebo per alimentarmi. L’argomento odierno, infatti, sarà l’operazione chirurgica per installare la birbantella.

Innanzitutto fin dal principio del ricovero più lungo del West era allegramente vietato agli alimenti attraversare il cavo orale, questo per evitare che “nel mezzo del cammin” il bolo di cibo, mischiato all’espettorato (il nome borghese del catarro), mi facesse ingozzare: traforo chiuso, dunque! E mandiamo i nostri ossequi al sommo poeta, al mio condominio e alle mie scuole elementari tutti omonimi: sì, Dante mi perseguita.

Dopo pochi giorni di degenza, Camice Bianco, per persuadermi ad accettare che il mio spauracchio – la Peg – diventi letteralmente parte di me, mi fa parlare con l’alimentarista, che mi racconta vita, morte e miracoli (soprattutto questi ultimi) della suddetta. Inoltre aggiunge che la somministrazione del liquido di alimentazione sarà graduale, in quanto il mio stomaco è abituato a mangiare poco: “Per esempio molti ebrei, dopo la liberazione dai campi, sono morti perché si rimpinzavano di cibo quando il loro stomaco non era abituato.” E, vista la situazione, gli argomenti Shoah e morte mi gasano da morire… quindi accetto!

Mentre le infezioni di cui sono vittima si passano il testimone, in una 4×400 al rallentatore, con relative implicazioni e conseguenti imprecazioni, la Tac si fa portavoce di un’antipatica notizia: l’inserimento della Peg da semplice intervento ambulatoriale (come nel 90% dei casi) diventa una vera e propria operazione chirurgica. E qui mi si configura un problema di tubi: se durante l’intervento vengo intubato, corro poi il rischio che non si riesca a estubarmi e “in tal caso dovremo farti la tracheotomia”. Dicasi tracheotomia un buco eseguito all’altezza della trachea in cui inserire una cannula da collegare al ventilatore.

Tuttavia le complicazioni che avrebbe permanentemente portato in dote – avere un buco in gola e rischiare di perdere la voce – mi avrebbero probabilmente indotto a rassegnare le dimissioni dalla vita… perché non sono mica attaccato alla poltrona, nel mio caso la carrozzina, come un politico di bassa lega (ogni riferimento alla Lega è puramente casuale).

In poco tempo la mia stanza diventa un viavai di camici bianchi che – come spermatozoi solitari, nel senso che si presentano uno alla volta – tentano di fare bingo, ovvero trovare la soluzione meno rischiosa. Alla fine decidono di riunirsi, in una sorta di conferenza di Jalta, e… bingo: habemus operationem!

Dopo la fumata bianca lemme lemme si avvicina il giorno X e, all’ora X, le 10 del mattino, vengo condotto all’ospedale cui fa capo la Cattoclinica, teatro – ma sempre ospedale – dell’intervento. Prima di raggiungere la stanza preoperatoria intravedo diverse suore e al suo interno trovo il crocefisso – mamma li cattolici! – e a “Mezzogiorno di fuoco”, poiché fa molto caldo, sono già in sala operatoria.

Finalmente arriva il chirurgo assieme alla sua assistente e si aprono le danze: scambiamo qualche battuta di spirito… santo! La “danza” comincia con l’anestesia alla pancia e poi mi offrono qualche goccia di Valium (certo avrei preferito un mojito… ma questo passa il convento): ciononostante la mia determinazione, o meglio la paura di addormentarmi e di aumentare il rischio intubazione, mi tiene con gli occhi sbarrati.

Intanto Camice Verde si mette all’opera alla mia destra e l’assistente alla mia sinistra e io non so se sentirmi in un film horror, in cui due psicopatici banchettano con le mie budella, oppure se sentirmi una spogliarellista: avete presente le signorine che nei locali hot si cospargono il corpo di cibo? Ecco mi sentivo uguale, con i due avventori sempre a banchettare, ma a differenza della spogliarellista il mio “piatto”, più in basso, offre anche un altro tipo di ortaggio…

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