Venti di guerra nel Caucaso meridionale. In Nagorno Karabakh torna ad accendersi uno dei conflitti più duraturi della storia moderna. Non le solite schermaglie, con isolati scontri a fuoco tra le trincee, ma una violenta recrudescenza delle ostilità tra l’esercito dell’Azerbaijan e quello armeno dell’Artsakh, l’autoproclamata regione autonoma appoggiata da Yerevan. Fonti dei due blocchi militari parlano di bombardamenti con vittime, di aerei ed elicotteri abbattuti e una situazione tutta in divenire.

L’origine delle operazioni militari pochi minuti dopo le 8 del mattino (le 6 in Italia) con un attacco congiunto da cielo e a terra delle forze azere contro i centri urbani della regione, compresa la capitale della Repubblica dell’Artsakh, Stepanakert. Ricordiamo che il Nagorno Karabakh è un territorio che geograficamente e politicamente appartiene all’Azerbaijan, ma di fatto è abitato dagli armeni della regione autonoma non riconosciuta a livello internazionale. Una guerra moderna che si combatte sul campo, ma anche sulla rete. Le parti in causa, infatti, hanno sottolineato i risultati e gli effetti degli scontri attraverso la rete e i social, con comunicati e bollettini in tempo reale.

Stando a quanto riferito dalle comunicazioni militari, la contraerea armena avrebbe abbattuto almeno un elicottero nemico, ma gli occupanti del velivolo sarebbero riusciti a mettersi in salvo. Giù anche diversi droni inviati da Baku che rivendica un iniziale successo della campagna: “Le nostre truppe hanno lanciato una contro offensiva sull’intero fronte della linea di contatto” è stato il post pubblicato poche ore dopo l’inizio delle ostilità dal Ministro della Difesa azero, Zakir Hasanov, riferendosi alla no man’s land, la terra di nessuno creata tra i due fronti: “I risultati parziali sono ottimi, abbiamo colpito obiettivi militari armeni, ma allo stesso tempo garantito la sicurezza della popolazione civile”.

Una conferma sull’ottimismo azero arriva dal ripristino della legge marziale e la totale mobilitazione militare da parte delle autorità armene e dell’Artsakh. La situazione è seria, un provvedimento del genere per la popolazione armena del Nagorno Karabakh non veniva preso dal 2016, l’ultima e consistente emergenza militare nella regione caucasica. A proposito di civili, tuttavia, l’Armenia condanna l’attacco azero. Alcune fonti dell’Artsakh, tra cui il garante dei diritti umani di Stepanakert, riferiscono di almeno due vittime civili, tra cui un bambino: “Il risultato dei bombardamenti è stato l’uccisione di una donna e di un bambino nella cittadina di Martuni. Ci sono anche diversi feriti. Tra gli obiettivi ci sono delle scuole”, ha twittato Artak Beglaryan, l’ombudsman armeno. Dal Ministero della Difesa di Yerevan una risposta via internet che conferma la delicatezza del momento: “La nostra risposta all’offensiva di Baku sarà proporzionata e intanto reclamiamo l’abbattimento di diversi velivoli nemici. In ogni caso, la leadership politico-militare dell’Azerbaijan si assume la piena responsabilità della situazione”.

Una guerra ad intermittenza quella in Nagorno Karabakh, iniziata ufficialmente nel febbraio del 1988 prima della caduta dell’impero sovietico di cui i due Paesi erano pezzi importanti. La prima fase del conflitto si è conclusa nel 1994 con la vittoria dell’Armenia e la dichiarazione d’indipendenza del Nagorno Karabakh, da cui è nata appunto la Repubblica dell’Artsakh. In realtà il conflitto è rimasto in vita sino ad oggi con picchi di violenza alternati a periodi di calma assoluta sul fronte. Tra i motivi dell’offensiva di stamattina ci potrebbe essere il recente annuncio da parte dei vertici armeni dell’Artsakh di trasferire la capitale a Shusha, a 15 chilometri da Stepanakert, l’ultima città azera della regione presa dalle forze armene all’inizio degli anni ’90 e di grandissimo valore morale, culturale e religioso per Baku. Massimo interesse per quanto sta accadendo in quello spicchio di ex Unione Sovietica è stato espresso sia da Ankara, storicamente alleata del presidente azero Aliyev, che da Vladimir Putin.

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