Niente illusioni: nella proposta annunciata ieri dalla Commissione europea non c’è il superamento dei punti meno funzionali e più controversi del Regolamento di Dublino, né una idea efficace e solidale della politica di asilo e migrazione, né la promessa che non ci saranno più morti nel Mediterraneo o che lo scandalo di Moria e degli altri campi di detenzione sarà presto superato.

Inoltre, non siamo in presenza di un “pacchetto Asilo e Migrazione”. Di migrazione non si parla (per non “mischiare i temi”, si dice) e quanto all’asilo la stragrande maggioranza delle proposte mira a contentare ungheresi, polacchi e austriaci, senza troppo scontentare gli altri che peraltro non hanno delle posizioni poi cosi più aperte e disponibili nei confronti dei migranti: hanno semplicemente realtà geografiche diverse. La Fortezza Europa, insomma, rimane d’attualità.

Peraltro, è bene ricordare che non siamo in presenza di una novità. La Commissione aveva già presentato nel 2016 una proposta di modifica del Regolamento di Dublino; il Parlamento europeo (Pe), che in questa materia è co-legislatore, con un lavoro davvero di qualità era riuscito a trovare nel 2017 un accordo che metteva insieme la stragrande maggioranza dei deputati europei intorno a una proposta che sollevava i paesi di primo approdo dalla responsabilità di dovere gestire le richieste di asilo e fissava dei criteri di redistribuzione condizionata e equilibrata.

Da allora, silenzio radio. Il Consiglio dei Ministri degli Interni, che avrebbe dovuto discutere e mettere insieme una proposta da negoziare con il Pe, non ha mai neppure messo all’ordine del giorno la questione. Poiché ora si entra in un lungo periodo di negoziato con il Pe e con il Consiglio, è più che evidente che il fatto che la proposta della Commissione sia cosi attenta alla volontà dei “recalcitranti” significa che il compromesso finale, se mai ci sarà, sarà ancora più al ribasso.

Con questa idea bislacca che un buon compromesso significa fare scontenti tutti, mettendo sullo stesso piano le posizioni di Viktor Orban e quelle delle Ong, la Commissione propone un sistema complesso di gestione delle frontiere per lo più lasciato agli Stati, si mettono mille ostacoli al diritto di asilo che viene reso quasi impossibile per persone che vengono da paesi che hanno un basso livello di accettazione di domande (lista che include molti casi dubbiosi: pure afghani ed egiziani vengono spesso buttati fuori, per dire…) a prescindere dalla loro situazione personale; poco spazio per un’azione e gestione comune della Ue e dei suoi organi, zero sanzioni e tagli ai fondi europei in caso di inosservanza, sola misura che sarebbe davvero efficace; in compenso, si continueranno a permettere permanenze lunghe e penose in centri di detenzione (impossibile chiamarli in altro modo) e i paesi di primo approdo rimangono i responsabili del primo screening.

Su questo, la situazione non cambia di molto rispetto ad oggi: non è un caso infatti che la proposta più cinica e a mio avviso inapplicabile è quella che rende possibile per i governi la scelta fra la partecipazione ai ricollocamenti e quella di finanziare i rimpatri. Quindi uno arriva a Lampedusa e Orban organizzerà e pagherà il suo rimpatrio dopo avere negoziato il tutto con il paese di provenienza? Ma non prendiamoci in giro!

Unica iniziativa davvero positiva: la fine della criminalizzazione delle Ong e i salvataggi in mare sempre non solo legali, ma da sostenere.

La Commissione è arrivata a questa proposta ascoltando i governi e dandosi la missione impossibile di costruire un patchwork tra le loro posizioni a prescindere dalla loro coerenza con gli strombazzati valori europei. Cosi facendo, ha ripreso le vecchie abitudini della Commissione Barroso e Juncker: invece che puntare a una proposta ambiziosa e coerente da negoziare in seguito come ha fatto con il Recovery Fund, esponendo gli stati recalcitranti al pubblico ludibrio, come è avvenuto per i famosi “frugal four”, questa volta dietro le parole di velluto della presidente Ursula Von der Leyen c’è la dura realtà delle proposte della socialista svedese Johnasson e del conservatore greco Schinas: la “solidarietà” si esercita fra gli Stati per meglio espellere o tenere fuori e la “responsabilità” è sostanzialmente quella di considerare che questo tema è talmente esplosivo da non osare alcun passo audace di reale revisione dello status quo.

Ecco allora sdoganate le posizioni più retrive, peraltro espresse da stati come l’Ungheria, che sono stati condannati dalla Corte di Giustizia per il mancato rispetto della distribuzione dei migranti nel 2015 e sono oggetto di una procedura secondo l’art. 7 dei Trattati che potrebbe (ma nessuno ci crede) sospenderne i diritti per le loro molteplici azioni contro le libertà democratiche.

Si tratta di una scelta strategica grave da parte della Commissione, che rinuncia al suo dovere di iniziativa al di là dei condizionamenti nazionali e si limita semplicemente a dirigere il traffico tra posizioni incompatibili e spesso tutt’altro che nobili degli Stati; questo nell’indifferenza rispetto al destino delle persone interessate, senza considerare che in molti casi esiste il bisogno di migranti e nuovi cittadini e cittadine in Europa e che gli stessi europei ed europee, e loro rappresentanti a livello locale o regionale, sarebbero spesso disposti a fare di più per l’accoglienza se ci fosse un quadro legale chiaro e risorse adeguate.

Ancora una volta starà al Pe e alla pressione dell’opinione pubblica tentare di raddrizzare la rotta. Missione molto difficile, se non impossibile.

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