Saper organizzare le idee in modo rapido e far risultare la nostra comunicazione chiara, diretta e sintetica, aumentando le possibilità di essere ricordati, non è sempre così facile ed evidente. E’ una capacità ascrivibile alle competenze manageriali chiave. Rino Gattuso ha questa dote naturale.

L’allenatore del Napoli, oltre ad essere preparato, è un leader che basa la sua strategia di gestione delle relazioni su una comunicazione non omologata e pertanto capace di generare coinvolgimento. Una comunicazione che sembra informale, così’ come il 99% delle nostre azioni comunicative quotidiane che hanno, appunto, carattere di totale estemporaneità. Una comunicazione basata sul “think on your feet”, una espressione inglese che, in parole povere, significa “avere la capacità di parlare e ragionare con agio di fronte ad un pubblico dando l’impressione (solo l’impressione) di essere stato preso alla sprovvista e di aver comunicato istintivamente”.

Un po’ come capita quando, uscendo dall’ufficio, undicesimo piano, mentre le porte dell’ascensore si chiudono, entra il nostro capo che ci chiede di raccontargli dell’ultima riunione di lavoro a cui non ha potuto presenziare. Abbiamo tempo fino al piano terreno per fare un report che sia sintetico, focalizzi i punti principali e, poiché il nostro capo non ha modo di prendere appunti, esprimerci in modo che quanto diciamo gli resti impresso. Siamo chiamati ad una operazione tutt’altro che facile: organizzare le nostre idee rapidamente, selezionare i concetti-chiave, esporli brevemente e risultare chiari, credibili e competenti.

Dopo la partita con il Parma, due frasi mi hanno colpito per la perfetta collimazione dell’essere Gattuso con il fare il Gattuso:

1. “Negli ultimi sette-otto minuti, Manolas ha cominciato a camminare, abbiamo concesso tre angoli. È una squadra che deve badare ai particolari, non deve regalare nulla, dobbiamo migliorare quest’aspetto”;

2.Osimhen? Mi ha colpito la sua serietà, non dimentica da dove è partito, i suoi sacrifici, ha perso in età giovane papà e mamma, si è costruito da solo. È giovane con la testa di un 40enne, sa quello che vuole, spero che non commetta errori e non cambi atteggiamento, e tanta roba, è più forte di quel che dimostra in campo.”

Due frasi che interpretano, dando, ripeto, l’impressione di aver “pensato in piedi”, la filosofia di lavoro di mister Gattuso: il cambiamento si basa su riconoscimento dell’errore, sul sacrificio e sulla necessità della “pancia vuota”. Due frasi che esprimono un altro concetto basilare del pensiero gattusiano: la situazione dinamica sulla quale poggia l’indisponibilità al cambiamento non è la sovrapposizione completa, sino a diventare coessenza, tra ciò che si è e ciò che si fa.

Caro Manolas – dice il buon Ringhio – tu per me hai un valore di uomo che prescinde dalle dormite che fai in campo. Sappi che è possibile migliorare solo se riconosciamo e comunichiamo l’errore. Per un soggetto normalmente evoluto dal punto di vista psichico, infatti, il valore delle azioni non coincide con il valore personale e pertanto gli è possibile riconoscere senza eccessive difficoltà di avere eventualmente sbagliato.

La sua capacità di fare meglio rimane infatti immodificata anche dopo aver sbagliato, in quanto l’ammissione dell’errore non reca ferita alla sua essenza, anzi può arricchirla per la dimostrata capacità di riflessione su di sé che comporta. Al contrario chi fa coincidere la prassi con il valore personale non sarà mai disposto a riconoscere di aver compiuto errori. E’ ciò che avviene sistematicamente nel mondo del calcio (e in molti contesti lavorativi). Ma non nel mondo di Gattuso.

Nel mondo del calcio una ammissione come quella su Manolas equivarrebbe normalmente ad una autosqualificazione e permetterebbe di far entrare immediatamente in gioco tutti i meccanismi difensivi a disposizione per rendere diritto ciò che in verità si è fatto di storto, oppure per attribuire lo storto sempre agli altri. La povertà immaginativa di molti soggetti che popolano il mondo del calcio, che proprio per il suo modo di funzionare non può compiere nuovi apprendimenti autentici, traspare quando nell’assistere al cambiamento di un altro non possono nemmeno concettualizzarlo come tale: essi lo vedono piuttosto come una “autocritica”, cioè un procedimento che muta la sostanza personale dell’altro, invece che indicarne un processo di crescita conoscitiva.

Gattuso è qualcosa di diverso, finalmente, nel panorama della comunicazione calcistica. Prima o poi gli chiederò di venire in aula con me per fare una lezione di testimonianza di questa elevatissima capacità, non solo dimostrata a Napoli. E quando lo inviteranno a Coverciano vuol dire che qualcosa nel calcio italiano sta cambiando.

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