Se vi manca lo sprint per tornare a vedere un film in sala, Undine è il titolo perfetto per ricominciare a sperare nella magia del cinema. Un film, quello del tedesco Christian Petzold già adorato per La donna dello scrittore, che semplicemente vi rapirà e vi porterà giù in fondo nelle acque profonde di un fiume per respirare in eterno un amore totalizzante. Un’esperienza visiva e spaziale trascinante, gocciolante, inumidita, tattile; in direzione opposta allo scontato sogno dell’aria, del cielo, delle stelle; contrastante rispetto alla materialità del vivere e pulsare terreno.

Undine (Paula Beer), non a caso, è una storica che lavora come guida in un importante centro espositivo dove si spiega la storia urbanistica di Berlino. Plastici, caseggiati, strade, palazzi. L’uomo che ridisegna lo spazio e la storia. “Nel tredicesimo secolo l’attuale Berlino era il luogo asciutto tra le paludi”. Ecco perché Undine, il film, esce dal circondario, immenso, infinito, magnifico della capitale tedesca, e si immerge gradualmente nelle acque fluviali attorno alla città metropolitana. Capita infatti che Undine, la protagonista, venga lasciata, all’improvviso, appena la luce inonda il buio della sala, al primo secondo di film, dal fidanzato Johannes. I due sono in un bar di fronte alla sala dei plastici dove la ragazza lavora. Johannes molla la presa, cinicamente. Undine gli promette la morte. È uno scherzo? È l’eccesso dello stare sopra le righe a livello di testo? È la tragedia che incombe sinistra in un film ambientato nel presente, ma nascosto dietro al velo della drammaturgia antica?


Pochi minuti dopo l’abbandono, sempre nelle stanze del bar, Undine incontra Christophe (lo splendido Franz Rogowski, il Joaquim Phoenix tedesco), ragazzo maldestro che farà cadere l’acquario del locale. L’acqua travolgerà i due unendoli in un folgorante colpo di fulmine. Christophe, oltretutto, è un palombaro che ripara turbine idroelettriche sepolte sotto metri e metri di acqua. Ed è proprio nella penombra liquida del sottosuolo fluttuante che i due si ameranno, uccideranno, moriranno, affermando, contro ogni legge della gravità e della quotidianità, l’amore eterno. Petzold, anche sceneggiatore, cesella un racconto assemblato su scene essenziali e penetranti, linee sottili di dialogo e di sguardo, tratti descrittivi rapidissimi e istintivi (la telefonata risolutiva in sottofinale è dolorosissima), materia spessa che taglia in due la carne degli amanti (si veda l’uso dei treni, anzi dei vetri e delle porte dei treni). Scelte che fanno letteralmente correre un film minimalista al ritmo di un melò da grande produzione.

Tutto, al duo Undine/Christophe accade in maniera decisa, forte, straziante, senza che ci si possa prendere un attimo per respirare. Eppure Undine è la quintessenza del cinema d’autore, con quella ricerca ostinata e ossessiva di un sottotesto poetico che si libra astratto nell’apnea dell’anima. L’acqua diventa uno spazio cruciale di vita e morte, un’allucinazione sognante modello L’Atalante di Jean Vigo, una passione travolgente oltre la dimensione del tempo e della natura come nemmeno era riuscito a Guillermo Del Toro con La forma dell’acqua. Petzold sostituisce, per sopraggiunti limiti d’età, la sua icona feticcio, Nina Hoss, per la più giovane e rigogliosa Paula Beer. Convoca, appunto, un talento somaticamente irregolare e picassiano come Rugowski, poi taglia l’osservazione su Berlino, concedendole l’onore di una specie di magia muta del sottosuolo. Perché, infine, in Undine, c’è un silenzio sacrale, l’assenza dei rumori del reale cittadino urbano contemporaneo, perchè soffiano in sottofondo solo un Adagio di Bach e il respiro delle due creature acquatiche innamorate fino alla fine del tempo.

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