Mentre corni portentosi e cembali fragorosi accompagnavano Donald Trump, Benjamin Netanyahu e i ministeri degli Esteri di Emirati Arabi Uniti e Bahrain verso il Portico Sud, una decina di razzi venivano sparati dai palestinesi di Gaza verso città israeliane per mettere le cose in chiaro: sono loro ad essere in guerra con Israele, da molti anni.

Il luogo scelto per la celebration a Washington, il Portico Sud della Casa Bianca, è stato lo stesso degli storici accordi firmati da Bill Clinton, Yitzhak Rabin, Shimon Peres e Yasser Arafat nel 1993, ma l’atmosfera è stata certamente diversa. Ascoltando le parole di Donald Trump e Benjamin Netanyahu si poteva pensare che gli EAU e il Bahrain – due piccoli stati del Golfo a duemila chilometri di distanza – avessero invaso Israele alla sua nascita nel 1948, tagliando il Canale di Suez alla spedizione israeliana, o lanciato un attacco a sorpresa durante lo Yom Kippur o combattuto un paio di sanguinose intifada. Trump ha definito gli EAU “un grande paese in guerra” e ha detto che fino a quando non è arrivato lui, “hanno semplicemente combattuto e non hanno fatto nient’altro”. Netanyahu è andato anche oltre: questo è un “perno della storia per porre fine al conflitto arabo-israeliano una volta per tutte”. La bizzarra reinvenzione di Trump della storia del Medio Oriente è forse comprensibile. Ha visioni di “sangue sulla sabbia da decenni e decenni”. Ma Netanyahu, il figlio di uno storico, che ha anche combattuto in alcune di quelle guerre, non ha scuse per questa falsa narrazione.

Il problema con gli Accordi non è che non siano significativi. Lo sono, anche dal punto di vista storico. Il primo riconoscimento aperto dell’alleanza finora segreta di Israele con le nazioni arabe del Golfo e la volontà degli Emirati e del Bahrein di “normalizzare” le relazioni è un importante passo avanti per Israele in una parte strategica e redditizia del Medio Oriente. È un successo personale per Netanyahu che da decenni sostiene che Israele non deve fare concessioni ai palestinesi per aprirsi alla regione araba, basta “Peace for Land” ma “Peace for Peace”. Ma la “pace” che sta facendo è con paesi con cui Israele non ha mai combattuto, non si può fingere che quello sia il conflitto “arabo-israeliano”. Israele non combatte una guerra con un paese arabo da quasi 40 anni, l’ultima volta è stata nel 1982 con l’esercito siriano sul suolo libanese. I “nemici” confinanti sono ancora Siria e Libano.

La normalizzazione delle relazioni con i paesi arabi è l’aspetto più positivo dell’eredità di Netanyahu e lo sarà ancora di più se l’Arabia saudita intraprenderà la stessa strada, anche se non si tratta di ancora di fare una vera pace, come ci hanno ricordato durante la cerimonia i palestinesi assediati nella Striscia di Gaza. Israele è ancora in guerra con loro.

Con un gruppo di giornalisti prima della cerimonia, Trump ha affermato che cinque nazioni potrebbero presto adottare misure simili e ha suggerito che una fosse l’Arabia Saudita. Gli analisti ritengono invece che il Sudan e l’Oman siano i candidati più probabili per la normalizzazione a breve termine. Ma dicono anche che il Bahrain molto probabilmente ha agito solo con la benedizione di Riyad e che i reali sauditi stiano valutando la loro mossa e i benefici da trarre dal riconoscimento diplomatico di Israele. Dall’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi due anni fa, il principe ereditario Mohammed Bin Salman è diventato persona non grata tra il pubblico americano e al Congresso. Durante questo periodo non ha visitato Washington e i suoi interessi sono stati curati da suo fratello, il principe Khalid bin Salman, che è stato ambasciatore saudita negli Usa fino al 2019, e successivamente è stato nominato vice ministro della Difesa. MBS ha davvero bisogno di un rapido cambiamento che gli restituisca il suo status precedente. L’influenza di Riyad nei negoziati è però limitata nel tempo. MBS non può essere sicuro che Trump sarà rieletto e deve tenere conto che forse Joe Biden potrebbe trasferirsi alla Casa Bianca. Un’amministrazione democratica non è esattamente qualcosa che il principe saudita sta sognando per la sua “rentreé”.

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