Lo sceicco Mohammed bin Zayed Al Nahyan, principe ereditario di Abu Dhabi, è l’uomo più ricco del mondo con una fortuna stimata in 1,3 trilioni di dollari. Si mantiene in forma e parla con un fluente inglese con i leader in visita, pilota personalmente il suo elicottero. MBZ, 58 anni, sovrano de facto degli Emirati, non è mai in ritardo alle riunioni, ed è l’uomo più potente del Medio Oriente, più dei leader di grandi Stati come Egitto o Arabia Saudita.

Dopo l’annuncio questa settimana dell’avvio di relazioni diplomatiche, da Israele sta partendo in queste ore la prima delegazione per Abu Dhabi per definire i termini dell’intesa. MBZ non ha dubbi che si tratti di un accordo di pace (anche se fra i due Paesi non c’è mai stato un conflitto). L’avvio di relazioni diplomatiche con Israele sono parte di una mossa strategica a medio e lungo termine che servirà principalmente gli interessi del piccolo Stato – la cui popolazione di nove milioni di abitanti è composta da otto milioni di lavoratori stranieri sottopagati e senza diritti – che detiene però il 6% delle riserve mondiali di petrolio.

Gli EAU, che si estendono per 1.300 chilometri lungo la costa del Golfo Persico, hanno un grande interesse a consolidare le loro relazioni con gli Stati Uniti e stabilire un’alleanza regionale anche con Israele in funzione anti-Iran. Con buona pace del destino dei palestinesi – che si sentono traditi da un fratello arabo – per i quali gli EAU non si sono mai spesi più di tanto.

Ma dietro il contesto geopolitico di questa mossa c’è un contesto economico ancora più ampio: la fine anticipata dell’era del petrolio. Lo spiega bene il Professor Dan Rabinowitz del Dipartimento di Sociologia e Antropologia dell’Università di Tel Aviv, nel suo libro, “The Power of Deserts: Climate Change, The Middle East and the Promise of a Post-Oil Era”, in pubblicazione per la Stanford University Press.

I sei regni situati lungo la costa occidentale del Golfo, che nel 1981 istituirono il Gulf Cooperation Council, estraggono circa il 30% della produzione mondiale di petrolio. Il petrolio, che rappresenta circa il 90% dei loro ricavi e spinge il PIL pro capite ai più alti livelli nel mondo. Gli Emirati Arabi Uniti, ad esempio, con un PIL pro capite di 70.000 dollari l’anno, sono al settimo posto. Il prodotto interno lordo del Paese è aumentato di 140 volte da quando i prezzi del petrolio hanno iniziato a salire negli anni ’70. L’economia saudita in questo periodo si è espansa di 50 volte. L’economia tedesca, in confronto, è cresciuta solo 14 volte.

L’influenza del petrolio non si limita all’economia. Definisce l’essenza degli Stati del Golfo, le loro relazioni estere, il modo di vivere, le società e la cultura. Quando nel 1966 venne asfaltata la prima strada degli Emirati Arabi Uniti furono immatricolate solo un migliaio di auto. Oggi, circa 3,5 milioni di veicoli percorrono le strade ultramoderne del Paese e il numero di jet privati registrati negli EAU è pari al numero di auto che il Paese aveva nel 1966.

L’era del petrolio che ha portato questa grande prosperità nel Golfo sta però volgendo al termine. La metà del petrolio che il mondo consuma viene utilizzata per i trasporti, un settore che sta già attraversando una drammatica rivoluzione. Tutte le principali case automobilistiche si stanno muovendo verso veicoli ibridi o elettrici e entro la fine del decennio avranno quasi smesso di produrre auto a benzina o diesel. L’aviazione, che nel 2019 ha consumato circa l’8% della produzione mondiale di petrolio, subirà questa rivoluzione più lentamente, ma sta anche sviluppando prototipi di aerei ad ali lunghe con pannelli solari per caricare le batterie e far girare le eliche.

Nel settore elettrico, il drastico calo dei costi degli impianti solari sta riducendo la domanda di gas naturale. Le centrali elettriche ad energia solare sono semplicemente più economiche da costruire e gestire. Entro un decennio o due, la domanda globale di petrolio e gas naturale scenderà di decine di punti percentuali, riducendo di conseguenza i prezzi.

Accanto alla minaccia dell’era post-petrolifera, emerge un altro rischio che, sebbene a lungo termine, potrebbe essere più distruttivo: il cambiamento climatico. La cresta montuosa dell’Oman a sud del Golfo Persico blocca l’effetto del raffreddamento dell’Oceano Indiano, creando una trappola di calore e umidità importante. Le temperature di agosto nel Golfo si avvicinano già ai 50 gradi e le previsioni prevedono un aumento di 6 o 7 gradi alla fine di questo secolo. Città super moderne come Abu Dhabi, Doha, Kuwait City, Manama e altre, dove sono stati spesi miliardi di dollari per simboleggiare il prestigio delle dinastie dominanti, potrebbero diventare inabitabili tra pochi decenni.

Le previsioni climatiche estreme, unite alla fine dell’era del petrolio che si avvicina rapidamente, creano un doppio problema per gli Stati del Golfo. L’inazione ora potrebbe presto portarli nella sfortunata posizione in cui si trovarono i magnati del sale europei con l’invenzione della refrigerazione alla fine del XIX secolo. Una volta che la carne poteva essere raffreddata o congelata, la richiesta di sale precipitò. Il prodotto che in precedenza determinava il destino di città e regioni perse ogni valore.

Questo è il contesto più ampio dietro la volontà degli Stati del Golfo di cooperare con Israele. Non si tratta solo di armi sofisticate, cyberwar o tecnologie militari. Ora che il Paese si sta aprendo, le aziende israeliane possono competere apertamente con le principali aziende internazionali nel campo dell’informatica. Israele è un leader mondiale nelle tecnologie anti frode per i pagamenti su piattaforme digitali. E poi c’è l’esportazione di diamanti, pietre preziose e perle, poiché Israele e la sua Borsa dei diamanti hanno una reputazione di eccellenza in tutto il mondo. Un’altra area potenzialmente redditizia è l’agricoltura nel deserto, comprese le tecnologie di irrigazione e di utilizzo dell’acqua desalinizzata nelle quali lo Stato ebraico è un leader mondiale.

Gli emiri del Golfo sanno che il tempo sta lavorando contro di loro e un cambiamento non è più un lusso ma una precondizione per la sopravvivenza in un mondo in rapida evoluzione.

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