Sono passati 50 anni dalla scomparsa di Mauro De Mauro, giornalista de L’Ora rapito la sera del 16 settembre 1970 e mai più ritrovato. La sua storia ha nutrito il grande pozzo dei veleni italiani. Posteggia la sua Bmw accanto al portone di casa, in viale delle Magnolie, sua figlia lo vede dalla finestra, poi nota due tipi che gli girano intorno e salgano sulla sua auto, tutti si allontanano. Da quel momento si è aperto uno dei casi più intricati della storia italiana, fatta da tante vicende di cui è ormai ben noto il contesto ma sulle quali sembra impossibile scrivere la parola fine. La scomparsa di De Mauro ne diventa un simbolo.

Quarantanove anni, originario di Foggia, arriva a Palermo nel dopoguerra, collabora prima al Tempo di Sicilia e poi al Mattino di Sicilia. Ha un passato fascistissimo: prima nella Decima Mas di Junio Valerio Borghese, dopo l’armistizio nella Repubblica di Salò – chiama le due figlie Junia e Valeria, in onore al vecchio comandante. Sostiene il regime con convinzione, è poi accusato di aver partecipato all’eccidio delle Fosse Ardeatine, assolto nel ’48 dalla Corte di Assise di Bologna. Un passato come quello, forse più di quello, avuto da tanti altri fascisti che si sono reinseriti nella Repubblica.

In ogni caso è bravo e viene assunto dal quotidiano di sinistra L’Ora dove si specializza nelle inchieste più difficili sulla mafia, ficcando il naso ovunque. Ma prima di scomparire attraversa un momento professionalmente difficile. Da un paio d’anni non si occupa più di mafia. Vorrebbe trasferirsi a Roma, a Paese Sera, forse sta cercando di aprirsi qualche porta mettendo in giro la voce di avere per le mani “qualcosa di grosso”. Oppure ha davvero qualcosa in mano. Qualcosa che riguarda le sue indagini sull’omicidio del Presidente dell’Eni, Enrico Mattei, perché lo accenna a diverse persone, dice che si sta occupando “di un soggetto per un film di Rosi, una cosa grossa, molto grossa. Roba da far tremare l’Italia”.

A lungo la sua scomparsa non ha una pista, si naviga nel buio: carabinieri e polizia seguono strade divergenti. Secondo i carabinieri il giornalista sarebbe incappato in un grosso traffico di droga e per questo sarebbe stato eliminato dalla mafia. La polizia punta invece, con molta prudenza, sulla “pista Mattei” – di cui parla anche il superpentito Tommaso Buscetta a Giovanni Falcone nel ‘94: “Della morte di Mauro De Mauro non so nulla. Non è faccenda di mafia. Quando ne parlavo con i miei interlocutori, questi sembravano stupiti. Ho sentito dire in giro che la sua scomparsa è legata alla morte di un noto politico italiano, credo che si chiamasse Enrico Mattei”.

De Mauro sa tante cose sull’uccisione del Presidente dell’Eni – si veda l’ottimo libro di Giuseppe Pipitone Il caso De Mauro, non senza aver letto l’imperdibile Profondo nero dei due giornalisti siciliani Peppino Lo Bianco e Sandra Rizza. Per questo il regista Francesco Rosi – che lo aveva già apprezzato durante la stesura del suo film su Salvatore Giuliano – si rivolge di nuovo a lui, verso la fine del luglio 1970, chiedendogli una dettagliata ricostruzione degli ultimi due giorni di vita di Mattei in Sicilia: perché torna nell’isola dove era solo una settimana prima? Chi gli telefona in piena notte invitandolo senza indugio a far rientro a Milano al più presto?

Nel caso non mancano gli elementi ricorrenti delle “ammazzatine” italiane – come evidenzia il compianto Sandro Provvisionato nel suo sito, tutt’oggi attivo: la scomparsa dal cassetto della sua scrivania di materiale cruciale per capire il senso degli eventi, strappate dal bloc-notes pagine di appunti sugli incontri avuti nella preparazione del lavoro per Rosi, una talpa che può ordire il sabotaggio perché sa l’ora del decollo del suo aereo che Mattei rende nota solo al suo pilota.

Insomma, De Mauro ha capito un sacco di cose nel 1970. Davvero notevole se pensiamo che l’ultima importante inchiesta su Mattei condotta dal Procuratore Vincenzo Calia è stata archiviata nell’aprile del 2005 – ma mettendo definitivamente a tacere chi sosteneva che l’aereo di Mattei fosse caduto per un’avaria dimostrando che fu sabotaggio. Proprio Calia ha raccolto testimonianze importanti riprese in un libro di Egidio Ceccato, Delitti di mafia, depistaggi di Stato, in questi giorni nelle librerie con Castelvecchi. Si tratta dei verbali di interrogatorio dell’ex senatore padovano Graziano Verzotto che curava gli interessi dell’Eni in Sicilia.

Dopo aver menato il can per l’aia per ben tre anni, Calia lo mette alle strette e nel settembre del 1998 fa affermazioni molto forti e dirette: l’uccisione di De Mauro, spiega, sarebbe la conseguenza di una improvvisa e imprevista complicazione di una operazione ricattatoria che lui stesso aveva ordito insieme al giornalista, allo scopo di convincere i dirigenti dell’Eni – Eugenio Cefis e Vito Guarrasi contro cui punta il dito – a desistere dall’opposizione al metanodotto Algeria-Sicilia al quale tanto si dedica Verzotto sulle orme di Mattei.

Ma Verzotto, che di sicuro è una delle fonti di De Mauro, non è affatto un santo: pezzo da novanta della Democrazia Cristiana, spedito in Sicilia a guidare l’Ente Minerario Siciliano, legato ai servizi segreti francesi, coinvolto nell’inchiesta sui fondi neri delle banche di Michele Sindona, compare del boss Giuseppe Di Cristina, è uno che fa il suo gioco, è un anello dell’Italia occulta. Dentro la quale 50 anni fa è scomparso Mauro De Mauro.

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