I depistaggi delle inchieste sulla strage di Bologna sono nati insieme alla strage stessa. Se oggi è entrata nelle nostre orecchie la frase stampata in una sentenza sul “più grande depistaggio della storia repubblicana”, riferita all’intenso attivismo a Palermo del poliziotto Arnaldo La Barbera ed altri per ingannare l’Italia sulla strage di via D’Amelio, già a Bologna, dodici anni prima, un folto gruppo criminale ha attuato un gravissimo inquinamento delle informazioni sul massacro del 2 agosto del 1980.

Sebbene gli esecutori materiali siano stati condannati da tempo, quel depistaggio in fin dei conti ha funzionato abbastanza bene nell’intento di confondere gli investigatori e l’opinione pubblica sul cuore della faccenda: cioè la natura del progetto stragista ordito dal sistema gelliano e messo in pratica dai più efferati gruppi del terrore neofascista. Licio Gelli e la sua cricca sono stati condannati per aver tentato di ingarbugliare tutta la trama delle indagini indirizzandole sulla pista internazionale, ma in tutti questi anni la strage non è stata legata agli obiettivi della P2.

Se le indagini sull’attentato al treno Italicus (1974, con Sandra Bonsanti su Il Fatto Quotidiano abbiamo fatto appello alla riapertura delle indagini sui mandanti) fossero andate per il verso giusto, tutto sarebbe stato chiaro, forse Bologna non sarebbe mai stata ferita in quel modo barbaro. Perché la mano piduista nel 1974 è certissima. L’entropia delle informazioni è massima su due aspetti: la natura del gruppo stragista e la sua contiguità agli uomini di Gelli: è lì che trova razionalità il disegno criminale ed è lì che le indagini sono state fatalmente indebolite.

Ma dopo 40 anni dai fatti, e grazie all’attivismo dell’Associazione dei familiari delle vittime, è emerso l’ormai famigerato ‘documento Bologna’, scoperto il 13 settembre del 1982 durante l’arresto in Svizzera del Venerabile ma finito in un cassetto perché nessun collegamento venne fatto tra la strage e quel miliardo di lire dato ad un esponente della destra terrorista qualche giorno prima di Bologna (in quel momento Gelli non è ancora indagato per i depistaggi). Anche perché la provvidenza, o una mano lesta, tagliarono l’intestazione del foglio su cui era scritto ben evidente: BOLOGNA.

Il foglietto mozzato e apparentemente privo di significato girò di cassetto in cassetto per anni. Ora se ne sta occupando la Procura generale di Bologna. Quanto alla natura dei Nar, a lungo è stata annegata nella formula vuota dello ‘spontaneismo armato’ dietro la quale è stata costruita l’immagine di piccoli criminali devoti all’ideologia fascista, riprovevoli ma autentici nel loro ardore di capovolgere il mondo ammazzando qui e là persone innocenti. Una narrazione falsa perché non esiste una cesura netta tra filone stragista, intrinsecamente inquinato, e filone spontaneista, tendenzialmente puro.

A metà del primo decennio del nuovo secolo l’azione di tutela del sistema occulto esistente dietro la strage ha poi trovato sostegno nello scenario dipinto dall’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga (a ridosso dell’evento stragista disse nell’Aula di Montecitorio: “la pista è nera”) che tentò di scagionare le responsabilità dei Nar. Nel 2005 tornò sulla questione facendo discendere tutto dalla vicenda dai missili Strela bloccati ad Ortona nel novembre del 1979 e della conseguente tensione con l’Fplp. Tre anni dopo volle insistere con una intervista al Corriere della Sera.

In realtà, a parte la fondamentale archiviazione da parte della Procura di Bologna di una lunga inchiesta (luglio 2014) sulla cosiddetta ‘pista palestinese’, non è emerso mai uno straccio di documento che possa anche lievemente sorreggerla, anzi. Semmai emerge che ad un anno dalla strage di Bologna, cioè nel giugno del 1981, i gruppi palestinesi non avevano mai rotto il dialogo di fondo che li legava agli apparati politici e della sicurezza italiani. Una pista che non trova sostegno da alcuna parte, nonostante un blocco politico e mediatico la riproponga con insistenza.

Ad essa si è affiancata di recente una altra pista, stavolta davvero macabra e fuori da ogni ragionevolezza: quella che pretende di sostenere l’esistenza di una terrorista palestinese tra i morti di Bologna. Una pista che finirà dove merita, cioè nella spazzatura.

Eppure, proprio in questi giorni il nome della signora Maria Fresu viene dato in pasto alla propaganda per dare addosso all’Associazione dei famigliari di Bologna e al suo presidente, Paolo Bolognesi, accusato di averlo cancellato dall’elenco delle vittime nel sito dell’Associazione.

Una pura falsità. La foto di Maria Fresu non è mai stata cancellata dal sito perché non è mai stata inserita: compare infatti, e da sempre, la foto della piccola Angela dalla quale si accede anche alla scheda della madre. Solo fango, dunque, da chi vuole negare la matrice fascista e piduista della strage di Bologna.

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