Donne. Un film solo d’attrici. Corale, totale, supremo. Con gli uomini scorti di sfuggita, sfuocati, di schiena, giusto a trasportare qualche mobile. Di opere cinematografiche con un cast solo al femminile ce ne sono state, sì, ma piuttosto pochine. Magari forzate, con il contrasto dicotomico oppositivo (uomo cattivo/donna buona), ostinatamente a tema. Le sorelle Macaluso, diretto da Emma Dante, ultimo titolo italiano a Venezia 77, invece nemmeno si sforza di essere quel tipo di cinema artificioso lì, perché è un cinema totalmente femminile in maniera naturale, primitiva, ancestrale, semplicemente universale. E questo dato forte, pregnante, irriducibile, lo porge istintivamente addosso allo spettatore. Le sorelle Macaluso sgorga diretto dall’opera teatrale omonima della Dante – un successo mondiale, scusate se è poco – e acquisisce coordinate spaziali e visive che la differente rappresentazione sul palco non aveva.

In una casa palermitana anni novanta, ammobiliata classicamente con credenze all’antica, vetrinette, piatti buoni, bambole, vivono cinque sorelle: Antonella (Viola Pusateri) la piccola che coccola i piccioni su in colombaia, Katia la bambina ossessionata dai panini, Lia l’adolescente irruenta che legge libri di nascosto, Pinuccia (da grande Donatella Finocchiaro) la più fatalona e avvenente, Maria la più grande letteralmente posseduta dalla danza. È un giorno di sole, là fuori, ed è ora di andare al mare. Al Charleston ma scavalcando la ringhiera, come sempre, verso la spiaggia libera, sotto le palafitte del locale, giocando, schizzandosi d’acqua, nuotando in mare aperto. Solo che la disgrazia è dietro l’angolo. Le sorelle Macaluso è diviso in tre atti, rigorosamente suddivisi nell’evolversi temporale dell’età delle protagoniste (giovinezza, età adulta, vecchiaia) e con solo le sorelle in scena. La macchina da presa disegna traiettorie brusche, angolari ed improvvise, oggettive dall’alto che sembrano grandangoli, si sofferma di fronte alle porte chiuse, esplora la dimora impregnata di un groviglio familiare, senza patriarchi, senza famiglia tradizionale (un caso, ma c’entra anche l’inconscio, sicuro), dove tra sorelle si sviluppano intimità (una fa la pipì nel water, l’altra si lava nella vasca), tensioni, equilibri presunti, squilibri. E su cui, dal secondo atto in poi, pesa come un macigno la responsabilità del fatto tragico accaduto parecchi anni prima. Le sorella Macaluso è un cinema talvolta quasi tattile. Un cinema di corpi che si muovono vorticosamente (che intense e significanti le liti fisiche tra ragazze, l’abbuffarsi di pastarelle, la sequenza dei passi di danza sulla spiaggia che diventa leggiadro ballo involontario di gruppo).

Oltre ad essere uno dei drammaturghi italiani contemporanei più capaci, sensibili, completi, Dante sembra avere addosso anche un po’ di demone cinematografico. Il suo film non è solo avviluppato come l’edera al senso ultimo del tragico, ma è anche un tentativo, magari con smagliature, di mettere insieme tutte le potenzialità della forza del cinema. L’uso dei brani extradiegetici (Franco Battiato, Gerardina Trovato, Meravigliosa Creatura della Nannini) in funzione smaccatamente narrativa. Questa necessità, questa urgenza di amalgamare linee tematiche di testo – la morte, l’omosessualità, il dolore – in un magma estetico, visibile, esteriore, frenetico, ostinatamente vitale. Non a caso il parallelo più forte è la similitudine tra uomo, anzi donna, e animale, con questi colombi – servono alle sorelle per sopravvivere a livello economico, prestandoli per feste ed eventi – che increspano, invadono, moltiplicano la vita in scena anche quando la casa comincerà a svuotarsi e ad esser sgombra. Dodici attrici (cinque nel primo atto, quattro nel secondo, tre nel terzo) che si passano il testimone (nemmeno un filo di trucco per invecchiare) mantenendo intatta l’intensità recitativa e le disparità caratteriali tra protagoniste.

Le sorelle Macaluso è un film semplicemente riuscito, coinvolgente, a suo modo brutale e dolce. “Non è un film a tema, non vuole ragionare sull’omosessualità piuttosto che sulla malattia o sulla morte. È un film che racconta la vita di cinque persone che inevitabilmente muoiono, si innamorano di un’altra donna, si ammalano. Cose che succedono nella vita in qualsiasi famiglia. Non sono temi speciali. L’omosessualità non è un tema speciale, per me. È una cosa naturale come la morte”, ha spiegato la Dante in conferenza stampa. “Il concetto di sorellanza suscita in me tante cose. Mi fa tornare bambina, mi fa pensare che le donne possono essere solidali, felici se una donna ha successo. Mi fa pensare a delle guerriere che insieme lottando raggiungono risultati. E poi mi fa pensare anche all’amore, al legame, alla forza di quando si è insieme che è più forte di quando si è da soli”. Producono Rai Cinema e Rosamont – la minisocietà di produzione di Giuseppe Battiston. Non perdetelo. In sala tra poche ore dal 10 settembre con Teodora.

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