“Spero che la mia protesta porti a una svolta, sono arrabbiata ma anche troppo stanca e disincantata per sentirmi indignata, il mondo dello spettacolo è complice, quanto accaduto è incredibile!”. È diventata uno dei nuovi volti della protesta di Hong Kong, quella che viaggia online, che chiede giustizia, il rispetto dei diritti umani in Cina e che ha lanciato anche una nuova campagna, un nuovo hashtag, #BoycottMulan, Boicottare Mulan, il nuovo film in live action a pagamento della Disney. Jeanette Ng è una scrittrice britannica nata a Hong Kong con una passione sfrenata per il fantasy, una donna che fa volare i suoi lettori in mondi incantati ma che allo stesso tempo, con le sue parole cariche di rabbia, mostra a chi l’ascolta la realtà di quanto avviene ogni giorno nella sua terra d’ origine, tra arresti e violenze. La scrittrice era balzata agli onori della cronaca un anno fa per aver reso omaggio, pubblicamente, ai manifestanti di Hong Kong.

Il suo nome, oggi, torna prepotentemente sulla scena, per un suo tweet (a fianco) che ha innescato una nuova protesta per il grazie speciale da parte del colosso di Topolino alle autorità cinesi per aver permesso di girare il film nello Xianjang, dove si stima che oltre un milione di cinesi musulmani Uiguri siano stati mandati nei campi di rieducazione. “Stavo guardando il film Mulan per fare una recensione ed ero quasi sicura che lo avessero girato nello Xinjiang – racconta a ilfattoquotidiano.it la scrittrice -, ho notato qualcosa che non andava nei titoli di coda del film e ho subito pubblicato uno screenshot dei credits. Normalmente i produttori dei film ringraziano le autorità degli Stati che hanno permesso loro di girare le scene in determinati luoghi. Quindi – continua Jeanette Ng – ho pensato che lo avrebbero fatto anche loro. Sono arrabbiata“. E in effetti, nei titoli di coda del film, compare un “ringraziamento speciale” al Publicity Department of CPC Xinjiang Uyghur Autonomous Region Committee (dove si troverebbero appunto i campi di rieducazione) e l’Ufficio di Pubblica Sicurezza di Turpan, municipalità nello Xinjiang, responsabile della produzione di propaganda di stato nella regione.

Per il remake di Mulan, non è stata dunque una partenza facile: le prime polemiche alle quali è seguita la campagna di boicottaggio, sono scoppiate all’inizio delle riprese, nell’agosto del 2018, a seguito delle affermazioni dall’attrice protagonista Liu Yifei. La donna ha apertamente sostenuto l’operato della polizia di Hong Kong nell’ambito delle proteste scoppiate nel marzo dello scorso anno contro il discusso emendamento alla legge sulle estradizioni, poi ritirato il 24 ottobre, nonostante la brutale repressione esercitata proprio dalle forze di sicurezza contro i manifestanti e che ha fatto indignare l’ opinione pubblica di mezzo mondo. L’ultimo caso dei titoli di coda del film, lanciato da Jeanette Ng, riaccende gli animi della protesta: “L’obiettivo di questa iniziativa è quello di danneggiare economicamente la Disney, racconta la scrittrice, e rendere chiaro che il pubblico non sopporterà più questo tipo di complicità con il governo di Pechino”.

In questa vicenda, però, non ci sono di mezzo solo le accuse degli attivisti di Hong Kong contro la Disney di aver chiuso un occhio sulle violazioni dei diritti umani: è anche l’ accusa verso il governo di condizionare il mondo del cinema, con la nuova direttiva che prevede la trasmissione, prima di ogni film, di uno spot di propaganda in cui i valori della Cina di Xi Jinping vengono esaltati. Cooptati non solo attori noti per lo più al pubblico cinese ma anche star di Hollywood del calibro di Jackie Chan. “È chiaro che questi attori cinesi devono rispettare la narrativa principale del Partito. Io penso che l’atto di boicottaggio del film Mulan stia mandando un segnale chiaro: noi non accettiamo attori o attrici che colludono con il governo cinese per reprimere i nostri valori condivisi”, spiega a ilfattoquotidiano.it Nathan Law, attivista per i diritti umani, cofondatore, insieme a Joshua Wong, del “movimento degli ombrelli” che ha guidato le proteste di Hong Kong. “Se si accertasse la connivenza della Disney con l’ ufficio del governo cinese nello Xinjiang -prosegue Law – sarebbe un enorme scandalo, mostrando l’ipocrisia del mondo di Hollywood che trasmette idee di giustizia sociale, ma di fatto non le rispetta”.

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