È fantastico, in tempi stressantemente frettolosi, distratti, persino sciatti e privi di memoria, che qualcuno si occupi di un tronco d’albero secolare e lo curi come un bambino. Fino ad adottarlo. Succede a Milano, al parco comunale di via Palestro, oggi dedicato a Indro Montanelli, gli stessi giardini pubblici in cui è stata posta la statua del giornalista, recentemente imbrattata da un anonimo imbecille, gli stessi dove, il 27 luglio 1993, un’autobomba mafiosa uccise 5 persone e ne ferì 12.

Paola Pastacaldi, giornalista e scrittrice, nonno veneto e nonna etiope, milanese di adozione, è l’ideatrice e la curatrice dell’operazione “Quercia di Montale“. C’era infatti, una volta, in quel parco, una grande quercia rossa detta, appunto, “di Montale”, perché la leggenda vuole che il poeta, quand’ era giornalista al Corriere della Sera, di tanto in tanto si recasse a meditare, o semplicemente a rilassarsi, sotto quella grande Quercus rubra, importata dal Sud America verso la fine del Settecento. Ma anche perché una sua poesia (nella raccolta La bufera e altro) è dedicata proprio a una quercia: “Hai dato il mio nome ad un albero? Non è poco, pure non mi rassegno a restare ombra, o tronco…”.

Anche gli alberi, però, muoiono. E, col passare degli anni, la Quercia di Montale ha perso la propria forza e così, il 24 ottobre del 2019 (fatalmente, nello stesso mese in cui nacque il poeta), a causa di un forte temporale e dei vandalismi dei soliti cretini, è collassata. Che fare di quell’enorme tronco? Portarlo via, distruggerlo? Chi se frega di un vecchio pezzo di legno morto? Pastacaldi ha pensato che no, poteva esserci un modo per ricordarne non solo il significato letterario, ma anche per fornire un ruolo attivo a quel grande pezzo di legno che è divenuto, anche post-mortem, funzionale alla biodiversità del luogo.

Dopo aver convinto un sensibile ufficio Area verde, Agricoltura e Arredo urbano del Comune di Milano, Paola ha “adottato” il tronco che, protetto da un recinto in legno, mostra oggi ai cittadini un cartello con un sintetico riassunto della vicenda e, soprattutto, offre attualmente ospitalità – come ha fatto notare l’arboricoltore Silvestro Acampora – al Cerambyx cerdo, volgarmente detto Cerambice, a rischio di estinzione, e all’Oryctes nasicornis, noto come “scarabeo rinoceronte”.

Questi coleotteri vivono infatti “nelle profonde gallerie scavate nel legno” del tronco. Come pure prolificano nell’albero defunto varie specie di funghi, lucertole altri animali. E le tante cornacchie si cibano di quelle larve. Un albero morto, dunque, anche se molti non lo sanno, crea e mantiene vita.

Ma c’è di più. Paola Pastacaldi (che ha anche creato una pagina Facebook, Amici della quercia di Montale), ha pubblicato un raffinato volume La quercia di Montale, un canto per gli alberi in città, suggestivamente illustrato da Anna Regge e pubblicato da Fiorina Edizioni (si trova solo in rete) in forma di Leporello, ovvero un libro creato da un’unica striscia di cartoncino ripiegata a fisarmonica, e che ha tratto il proprio nome dall’omonimo personaggio del Don Giovanni di Mozart, ovvero il servo Leporello che sfodera un grande foglio ripiegato con i nomi delle 2065 donne amate dal suo padrone (“Madamina, il catalogo è questo delle belle che amò il padron mio, un catalogo egli è che ho fatt’io, osservate, leggete con me..”).

Nella prefazione, Gianfranco Bologna, presidente onorario del Comitato scientifico del Wwf Italia, ricorda come “le piante costituiscono la maggiore componente della biomassa, mentre gli esseri umani” [… ] “solo lo 0.01%. Nonostante questa proporzione a favore delle piante, è la nostra specie la causa delle più devastanti modificazioni che si sono verificate nel mondo delle piante e che ci stanno facendo perdere le basi fondamentali della vita sul nostro pianeta”.

Scrive Pastacaldi: “Ogni albero, come noi esseri umani, mangia, dorme, si riproduce, si ammala, guarisce, vive in una comunità, a fianco di arbusti vecchi e contorti, forse sente e agisce, a suo modo ci protegge. Non molti oggi credono a queste novelle teorie sulle piante. Ma se ci avviciniamo a un albero intuiamo che per noi (in noi) sta accadendo qualcosa di vitale e segreto: questa è la metamorfosi. E tutti ne siamo indissolubilmente parte.”

Non si tratta d’essere modaioli new-age, ecologisti talebani o verdi che più verdi non si può. Si tratta di tornare a essere persone che comprendono la necessità assoluta di salvare il pianeta. Anche passeggiando nel parco milanese di via Palestro, proprio alle spalle del Planetario, buttando un occhio al vecchio tronco gigante della quercia di Montale e fermandoci solo un attimo per un fugace pensiero, si può prendere coscienza dell’importanza che hanno loro… gli alberi. Vivi o morti.

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