Il Covid non ha fermato le convention del Partito democratico e di quello repubblicano in vista delle elezioni presidenziali di novembre. Due manifestazioni diverse (la seconda ancora in corso) che ci hanno lasciato a bocca aperta anche quest’anno. Vediamo i momenti più degni di nota sul piano della comunicazione politica.

L’emergenza coronavirus e la questione razziale sono stati ovviamente al centro degli interventi, sia sul piano dei contenuti (verbale) che su quello dell’organizzazione e delle scelte fatte dai candidati (non verbale).

Negazionisti Vs responsabili

Per rimarcare le rispettive posizioni sul Covid, i democratici hanno svolto la convention in streaming, con una serie di video-discorsi, mostrandosi prudenti nei confronti del contagio. I repubblicani, sofferenti alle regole di contenimento del virus, l’hanno svolta dal vivo.

Eravamo abituati ad associare i democratici ai toni luminosi di ottimismo e speranza. E i repubblicani a quelli cupi, fondati sulla paura.

In questa convention è avvenuto il contrario. Michelle Obama, in uno degli interventi più attesi, ha detto guardando dritto in camera: “Se pensate che le cose non possano andare peggio di così, credetemi, possono; e lo faranno, se non cambiamo le cose in queste elezioni. Per avere anche una sola speranza di mettere fine a questo caos, dobbiamo votare Joe Biden come se da questo dipendesse la nostra vita. Perché è così”.

Suo marito, l’ex presidente Barack Obama, è andato perfino oltre: “Non lasciate che vi tolgano il vostro potere. Non lasciate che ci tolgano la democrazia. Qualsiasi possibilità di progresso dipende interamente dall’esito di queste elezioni. Questa amministrazione ha mostrato di essere pronta a distruggere la nostra democrazia pur di vincere. Quindi dobbiamo darci da fare”.

I democratici dunque hanno usato l’arma della paura offerta dalla pandemia, contro il nemico Trump. I repubblicani invece, a sorpresa, hanno usato parole di speranza e cercato di abbassare i toni.

I discorsi repubblicani più apprezzati sono stati pronunciati da due donne. La prima è Nikki Haley, nuova stella repubblicana. Ex ambasciatrice americana all’Onu, figlia di immigrati indiani, ha usato la sua autorevolezza e la sua storia per respingere le accuse di razzismo rivolte al presidente e al partito: “In gran parte del Partito Democratico ora va di moda dire che l’America è razzista. Questa è una bugia. L’America non è un paese razzista”.

Ma l’intervento più apprezzato è stato quello della First Lady Melania Trump. Un intervento interamente scritto da lei, precisa lo staff, viste le polemiche di quattro anni fa sul discorso copiato a Michelle Obama.

La moglie del presidente ha detto, riferendosi a Trump: “Lui ama questo Paese e sa come fare le cose. Non è un politico tradizionale, l’America è nel suo cuore. Donald vuole tenere le vostre famiglie al sicuro, e fare in modo che raggiungiate il successo. Votare per lui non significa dare un voto di parte, ma per i valori dell’America. E a voi, che state soffrendo la pandemia, dirò una cosa: voglio che sappiate che non siete soli: mio marito e la sua amministrazione non si fermeranno finché non ci sarà un vaccino disponibile per tutti”.

Anche Melania ha raccontato una parte di storia personale per allontanare dal presidente l’etichetta del razzista, ricordando di aver ottenuto la cittadinanza americana “con orgoglio”, uno “dei più importanti” momenti della sua vita.

Nel finale rimarca la scelta di mantenere toni pacifici nei confronti degli avversari: “Non voglio usare questo tempo per attaccare gli altri”, perché così “si divide solo il Paese come abbiamo visto nella convention democratica”. Ancora una volta Melania si mostra un’alleata preziosa per il presidente.

Inasprire la questione razziale per ottenere voti

Entrambi gli schieramenti hanno gettato benzina sul fuoco del razzismo allo scopo di ottenere consensi, invece di abbassare i toni come ci si aspetterebbe da persone responsabili.

Alla convention repubblicana sono intervenuti due testimonial molto discussi, Mark e Patricia McCloskey, una coppia di avvocati divenuta famosa per aver puntato pistola e fucile contro i manifestanti di Black lives matter durante delle proteste davanti casa loro.

“I democratici proteggono i criminali dai cittadini onesti”, hanno detto. “Non importa dove vivete, la vostra famiglia non sarà al sicuro in un’America governata dai democratici radicali”, hanno affermato i due. Il loro video colpisce molto, così come la scelta di reclutarli nella campagna di Trump.

Il messaggio che si è voluto dare con questa scelta forte è chiaro: noi repubblicani non condanniamo i poliziotti che hanno ucciso George Floyd e gli altri neri. Noi temiamo i neri che manifestano, spesso in modo violento.

Se credete però che i democratici non abbiano giocato la stessa carta a parti inverse c’è una storia che dovete sapere, di cui si parla poco. Riguarda la nuova stella del Partito democratico, la candidata vicepresidente Kamala Harris.

Perché il candidato presidente Joe Biden ha scelto proprio lei? Perché è una donna di colore? Sicuramente questo può aver influito sulla sua scelta. Ma c’è un episodio nel passato della Harris che deve aver pesato di più. In Italia non lo conoscono in molti, ma negli Usa, dove lei era già famosa come procuratrice, sì.

Nel 2004 quando era procuratrice distrettuale di San Francisco Kamala Harris si rifiutò di chiedere la pena di morte per l’assassino (di colore) di un poliziotto di nome Isaac Espinoza, scatenando le polemiche dell’opinione pubblica e degli stessi esponenti del Partito democratico. Una decisione che all’epoca stupì molto e incrinò definitivamente i rapporti della Harris con la polizia.

Ecco dunque la carta di Joe Biden per assicurarsi il voto dei simpatizzanti del movimento Black lives matter: candidare una vicepresidente che è considerata una nemica dei poliziotti, proprio perché ha salvato dalla morte un uomo di colore colpevole di aver ucciso un poliziotto.

La sfida tra poliziotti e neri che ha infiammato (anche letteralmente) gli Stati Uniti si trasferisce dalle strade ai seggi elettorali. Aspettiamoci una campagna perfino più violenta di quella di quattro anni fa.

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