“Il titolare del trattamento dei dati personali deve bilanciare i diversi interessi: in questo caso il diritto alla protezione di quei dati e la trasparenza. E lo deve fare tenendo conto che parliamo di persone con emolumenti pubblici e un mandato conferito dagli elettori. Anche secondo la Corte europea dei diritti dell’uomo questo giustifica una compressione della privacy, se necessario per garantire il controllo sociale sul loro operato”. Giorgio Resta, ordinario di Diritto privato comparato all’Università di Roma3, è un esperto in materia di leggi sulla privacy. E, nelle ore in cui da più parti arrivano appelli perché vengano resi noti i nomi dei parlamentari che hanno chiesto e ottenuto il bonus di 600 euro, spiega che pubblicarli non violerebbe alcuna norma.

Fonti Inps hanno fatto sapere che la privacy non consente la diffusione degli elenchi dei beneficiari delle prestazioni…
Direi che non è così: il diritto alla privacy è soggetto a un bilanciamento. In generale è corretto dire che non si possono diffondere i nomi di tutti i percettori. Infatti l’articolo 26 della legge 33/2013 (il Codice della trasparenza) prevede sì che le pubbliche amministrazioni pubblichino gli atti sulla concessione di sussidi di importo superiore a 1.000 euro – e chi ha preso i bonus di marzo e aprile ne ha ricevuti 1.200. Ma dice anche che la pubblicazione è esclusa se da quei dati si possono ricavare informazioni sulla “situazione di disagio economico-sociale degli interessati”. Visto che la ratio era aiutare chi era in difficoltà a causa dell’emergenza Covid, si rischierebbe di rendere pubblici i dati di persone in condizioni vulnerabili.

Ma il discorso cambia se si tratta di parlamentari o altri titolari di cariche elettive?
Sì. Nulla osta al fatto che il titolare del trattamento, in questo caso l’Inps, possa procedere alla pubblicazione dei dati di uno o più singoli percettori all’esito di un bilanciamento di interessi tra diritto alla protezione di quei dati e diritto alla trasparenza. La funzione pubblica esercitata richiede una maggiore trasparenza rispetto a quella prevista per l’uomo della strada. Oltre al fatto che si tratta di persone che ricevono emolumenti pubblici e non si trovano certo in uno stato di vulnerabilità economica. Per cui nel loro caso non si pone il problema di “esporre” situazioni di disagio.

Rileva il potenziale conflitto di interessi legato al fatto che i deputati beneficiari del bonus hanno contribuito a varare leggi che l’hanno previsto?
Senza dubbio c’è un tema di moralità pubblica che richiede un controllo esterno su chi, pur essendo in una situazione di vantaggio economico, grazie a provvedimenti che ha contribuito a scrivere ha ottenuto contributi pubblici finanziati di fatto dalle classi più deboli. Non di discute di legittimità giuridica, visto che i decreti non prevedevano limiti di reddito, ma di controllo politico sui nostri rappresentanti istituzionali.

Ricapitolando: l’Inps, che è titolare del trattamento di questi dati, può decidere di rendere subito pubblici i nomi dei politici coinvolti?
Credo debba farlo come esito di una richiesta di accesso civico agli atti, dopo aver valutato le posizioni dei singoli soggetti. E rendendo pubblici i nomi delle persone che esercitano un mandato conferito dagli elettori e hanno ricevuto quei benefici. Questa soluzione mi sembra anche più rapida rispetto all’ipotesi di un intervento legislativo attraverso un emendamento a qualche decreto in fase di conversione.

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