Finita la lunga, interminabile, agonia lionese della Juventus, è consentito a un vecchio “cagnaccio del centrocampo”, dopo una giovinezza trascorsa a zampettare sui campi fangosi o brulli (a seconda delle stagioni) delle categorie minori, dire per una volta la sua su un argomento lontanissimo da quelli solitamente trattati, quale il calcio?

Sembra proprio che l’italico mondo del pallone sia entrato da quest’anno in una fase di radicale ripensamento dei suoi criteri dominanti. E il punto in cui il cigolio del faticoso cambiamento di paradigma mentale si percepisce con maggiore nitidezza è proprio nel centro del sistema vigente: la reggia della Juventus, abbellita dalla sequenza ininterrotta dei nove scudetti conquistati; dal campionato 2011-12 ad oggi.

L’egemonia indiscussa di una regina dichiarata nuda l’anno scorso dai ragazzacci dell’Ajax, che smascheravano definitivamente l’equivoco di una squadra imbattibile nel campionato domestico quanto in imbarazzo negli appuntamenti con avversari stranieri, che la facevano apparire anacronistica. In un calcio andato troppo avanti a sua (nostra) insaputa. L’idea che per vincere basta assemblare solisti di fama, irrisa dalla superiore cultura calcistica di team ricchi di gioco, prima ancora che di fenomeni. O – magari – forti di giocatori normali, diventati fenomeni grazie al gioco.

La batosta rifilata dagli olandesi nei quarti di finale della Champions il 16 aprile 2019, traumatizzò i dirigenti juventini; al punto di sbaraccare un sistema che pure faceva incetta di scudetti nazionali. Per rifondare la filosofia societaria. Ossia il principio – tra il borsistico e il plutocratico – che le squadre vincenti sono il risultato dell’assemblaggio di asset d’alta gamma.

Decodificato: una raccolta di “figurine panini” di calciatori-star. E per avviare la transizione epistemologica-pallonara venne richiamato in patria Maurizio Sarri, profeta di un calcio innovativo che più si avvicina al modello galileiano-pallonaro del momento: Pepp Guardiola, l’erede catalano del massimo innovatore novecentesco; ossia Johan Cruijff.

Dopo l’ennesima eliminazione europea – questa volta per mano (piedi) del Lione – tutto induce a pensare che l’innesto sarriano sia definitivamente fallito e che la società torinese stia progettando rapide retromarce. E già da tempo circolano boatos sulla presa d’atto in corso del fallimento, chiamando in causa vuoi l’allenatore, vuoi i giocatori. A chi scrive è sempre parso curioso che le diagnosi trascurino quella che ai suoi occhi resta la prima responsabile del non-esito: la dirigenza e la sua cultura padronale, per cui basta pagare per ottenere (al netto degli stilemi manageriali che teatralizzano in modernità arcaismi da bottega).

Certo, il parvenu Maurizio Sarri sconta timidezze e cedevolezze da provinciale nel muoversi in un ambiente di soubrette, che tendono a prendere sottogamba chi subisce gerarchie determinate da notorietà e livelli di reddito. Ma in questo caso avrebbe dovuto essere la dirigenza a tutelare il progetto di rinnovamento su cui ha puntato, difendendo il ruolo di chi è chiamato a realizzarlo.

Si tratti dell’ex bancario di Empoli Maurizio Sarri come per l’ex venditore di scarpe Arrigo Sacchi. Ricordate? L’omino di Fusignano, neofita del gran calcio, chiamato dal presidente Berlusconi alla guida del Milan nel 1984 e subito snobbato dalla squadra per le sue idee controcorrente. Intenzionata a farlo “saltare” inducendo una serie di sconfitte non casuali.

Chi mi conosce sa quanto detesti Silvio Berlusconi. Eppure riconosco che quella volta fu grandioso. Si piazzò all’imboccatura dell’uscita dagli spogliatoi e guardò negli occhi – uno a uno – tutti i giocatori boicottatori. Senza dire niente. Ma i giovanotti capirono e si misero in riga. Poi vennero gli straordinari successi dell’era sacchiana. Del resto cosa ci insegna la vicenda dell’Atalanta e del suo allenatore Giampiero Gasperini, il migliore fra gli italiani.

Che nel 2011 durò poche giornate alla guida dell’Inter perché l’ondivago presidente Moratti non seppe tutelarlo a fronte di un parco divetti che ne contestavano i metodi troppo impegnativi e faticosi. Quei metodi che stanno portando la squadra di Bergamo ai vertici europei, anche perché è presieduta da un ex giocatore – Antonio Percassi – consapevole di dover coprire le spalle al suo uomo di campo. A conferma che anche nello sport il bene e il male nasce al vertice

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