Estate 2020. Mentre l’uomo è sotto assedio per la pandemia da Covid-19, i cetacei non se la passano troppo bene per un virus. Secondo un rapporto di Greenpeace sui cetacei spiaggiati in Italia, il 28% dei soggetti esaminati è morto, in modo diretto o indiretto, a causa di un virus.

Nella maggior parte dei casi si tratta del virus del morbillo dei cetacei (Cemv), un virus della stessa famiglia del morbillo umano, che colpisce sia il sistema nervoso che quello respiratorio, creando encefaliti e polmoniti, e abbassando fortemente le difese immunitarie dell’ospite rendendolo più suscettibile a infezioni secondarie da parte di batteri e parassiti.

Anche in questo caso la trasmissione avviene per via aerea e, dopo episodi di epidemie particolarmente importanti negli anni 1990-1992 e nel 2006-2008, ed essere considerato ormai endemico nei cetacei del Mediterraneo, recentemente sta causando nuove epidemie con picchi di mortalità (2015 e 2017 nel Mar Ionio, 2018 e 2019 nel Mar Tirreno) in animali immunodepressi o giovani, non ancora immunocompetenti.

Questo potrebbe essere legato a particolari condizioni di stress ambientale o all’esposizione a fattori di immunodepressione che riducono le capacità dell’animale di reagire alla malattia. Non si esclude infatti il possibile ruolo di agenti inquinanti persistenti (quali Pcbs, Ddts, Ipas) nel favorire l’infezione agendo sul sistema immunitario dei cetacei.

Rendendo il mare sempre più inospitale per questi animali e indebolendoli, l’uomo sta favorendo l’azione del virus, e questo preoccupa non solo in relazione alla loro salute ma anche per potenziali conseguenze per la salute umana. I ricercatori hanno infatti evidenziato un ampliamento delle specie colpite.

Il “salto di specie”, ovvero quel famoso effetto spillover per cui un virus si trasmette tra specie molto distanti tra loro è stato documentato anche per il Cemv, isolato in mammiferi con vita parzialmente terrestre come lontre e foche. Esattamente come per le pandemie da Sars, e recentemente Covid-19.

A leggere bene il rapporto che Greenpeace ha commissionato agli esperti veterinari del Dipartimento di Biomedicina Comparata e Alimentazione dell’Università degli Studi di Padova, a capo del gruppo di pronto intervento creato per gestire gli spiaggiamenti di massa, causa principale della morte di balene e delfini rimangono però le interazioni con l’uomo, legate all’attività di pesca, al traffico marittimo o alla presenza di plastica in mare.

E, intanto, il bilancio della spedizione Difendiamo il mare, condotta da Greenpeace con una barca a vela nel Tirreno centro settentrionale e appena conclusasi getta una luce di speranza. In cinque giorni dieci gli avvistamenti di stenelle, tre quelli di tursiopi, spesso con piccoli tra cui due nati da poche settimane.

Di particolare interesse scientifico l’avvistamento di grampi, delfini la cui popolazione residente nel Santuario dei Cetacei non sembra superare i 250 individui e di un gruppo di tre balenottere comuni, il secondo animale più grande al mondo, che qui migra in estate e di cui si stima siano rimasti solo tremila esemplari in tutto il bacino del Mediterraneo.

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