“Ci dobbiamo sentire orgogliosi di essere europei, tutti. Oggi è una giornata splendida. Mi sento più europeo di qualche giorno fa. Ho visto il telegiornale, che notizia importante”. Non si addentra a pronunciare Recovery fund, Enrico Pieri, 86 anni, superstite della strage di Sant’Anna di Stazzema, ma sa bene cosa significhi per l’Europa, e contro i nazionalismi, l’intesa raggiunta oggi a Bruxelles sugli aiuti per far fronte alla pandemia. È anche la giornata in cui la Germania lo insignisce del Cavalierato, insieme a un altro sopravvissuto, Enio Mancini, per il suo impegno per la pace e la memoria, con una cerimonia ufficiale che si è tenuta nel pomeriggio sul sagrato della chiesa di Sant’Anna di Stazzema. Ma già di prima mattina, nella sua casa di Marina di Pietrasanta, dove vive con la moglie Fiorenza, l’amore di una vita, Enrico Pieri è insolitamente felice, quasi euforico, e non trattiene un sorriso raro, sul suo volto spesso adombrato dai ricordi.

La strage in cui perse tutta la famiglia – Settantasei anni fa, nascosto nel sottoscala di casa, Enrico assistette al massacro di tutta la sua famiglia. Le SS, guidate da fascisti locali, fecero irruzione in tutte le case del paesino versiliese di Sant’Anna di Stazzema, all’alba, e, nel giro di poco, uccisero a colpi di mitragliatrice donne, anziani e bambini, dando fuoco ai corpi e alle case. Enrico si salvò nascondendosi nel sottoscala insieme alla figlia dei vicini, Grazia Pierotti, che aveva 14 anni, e alla sorellina di lei, Gabriella, che si buttò tra i cadaveri fingendosi morta. “Avevano furia. Da quando ci hanno avvisato che c’erano i tedeschi, in mezz’ora è successo tutto. Ammazzavano, trovavano, bruciavano le case, poi andarono via. Si sentiva sparare da tutte le parti. Ma a mezzogiorno erano già a Valdicastello. Già a metà mattina non si sentivano più colpi di arma da fuoco. Si sentivano solo i crolli dei tetti, dei fienili che bruciavano, questi rumori strani. Tornai a casa, dove c’erano i corpi dei miei genitori: ero un bambino, senza piangere, senza disperarmi. Forse non ero più normale neanch’io”. Quel giorno Enrico perse il papà Natale, la mamma Irma, incinta di 4 mesi, le sorelline Luciana e Alice. Un’altra sorellina, anche lei chiamata Luciana, era morta anni prima di meningite. La sua casa non prese fuoco, ma quelle vicine sì. E così anche i corpi dentro. Della nonna materna Doralice Mancini e dello zio Galliano, che viveva con lei, non rimasero che brandelli bruciati. Così come del nonno paterno, Gabriello, e della sua mucca, appesa clandestinamente in cucina, e che quella mattina avrebbero dovuto dividersi tutti. Scomparvero nelle fiamme anche lo zio Alfredo, la zia Severina e i due cugini di Enrico, Velio ed Enzo, così come la famiglia di sette sfollati, i Marchetti, che abitava con loro.

Il cavalierato, ultimo dei riconoscimenti – Aveva 10 anni, Enrico, quel 12 agosto 1944, e, oggi che ne ha 86, il presidente della Repubblica tedesca in persona, Frank-Walter Steinmeier, gli ha riconosciuto questo importante onore. “Mi ha chiamato l’ambasciata tedesca per dirmelo. Menomale ho risposto, perché con questi telefoni moderni non so richiamare se c’è una chiamata persa”. Lui ringrazierà ma sarà breve. “Non ho preparato nessun discorso, parlerò poco”, annuncia. Le parole le riserva agli studenti che, a migliaia, ogni anno, visitano Sant’Anna di Stazzema con gli insegnanti: è ai ragazzi che Enrico non si stanca mai di raccontare la storia, mettendoli in guardia dalle ideologie e dai nazionalismi. Un impegno che gli è già valso il premio di Cittadino europeo dell’anno, nel 2011, dal Parlamento europeo. Pantaloni eleganti, polo blu, Enrico è quasi pronto per salire a Sant’Anna. Con le aste ben piantate nel vaso di limoni, tre bandiere svolazzano alte nel suo giardino. “Le tengo sempre”. Sono quella italiana, quella elvetica e quella europea. È in Svizzera infatti che Enrico ha vissuto per 32 anni ed è lì che ha cresciuto il suo unico figlio, Massimo, mandandolo a una scuola tedesca.

La lettera del procuratore De Paolis – A congratularsi del cavalierato con Enrico c’è stato anche Marco De Paolis, procuratore generale militare presso la Corte Militare di Appello di Roma. Fu lui che per primo istituì i processi contro i criminali nazisti e le stragi di civili compiute in Italia, ponendo fine al gravissimo ritardo con cui l’Italia affrontava la questione, ben simboleggiato dall’Armadio della Vergogna, un armadio, rivolto con le ante verso il muro, che fu rinvenuto nel 1994 a Roma, nel palazzo Cesi-Gaddi della procura militare. Al suo interno c’erano, nascosti da quasi cinquant’anni, i fascicoli delle indagini sulle stragi naziste. “Il Suo incessante ed instancabile impegno, volto a promuovere e diffondere un messaggio di pace e tolleranza attraverso la dolorosa e non facile narrazione di ciò che è stato, costituisce la migliore lezione da tramandare ai giovani italiani che – attraverso le sue parole – diventano i migliori custodi della Memoria di quella terribile pagina della nostra storia nazionale, e al tempo stesso consapevoli cittadini di un’Europa fondata su comuni valori di libertà e democrazia”, scrive De Paolis nella lettera inviata a Pieri. “La sua lettera mi ha fatto piacere. Se non ci fosse stato lui, il processo a La Spezia (al Tribunale militare di La Spezia, ndr) non si sarebbe fatto, né per Sant’Anna né per Marzabotto né tutti quegli altri”, dice Pieri. Le condanne all’ergastolo inflitte dall’Italia a dieci ex militari tedeschi per la strage di Sant’Anna, però, non hanno mai avuto seguito perché i condannati non sono mai stati estradati, né le procure tedesche hanno fatto un processo a loro carico in Germania. Per Enrico però non è più un problema. “Credo che il processo lo farà la storia. Oggi, se vengono stranieri a Sant’Anna, la maggioranza sono tedeschi”.

L’infanzia, la fame, l’oro e il rame al duce – “Da piccoli si viveva in Liguria, a Cassagna, il papà lavorava in miniera. Poi nel ’42 fu chiamato a prestare servizio in Montenegro e noi tornammo a Sant’Anna dai nonni. Il papà fu esonerato nel ’43 e allora venne a Sant’Anna anche lui”. Del fascismo, Enrico ha qualche immagine sfocata. “Mi ricordo quando misero le tessere e ci fu la fame. Mi ricordo la mamma con le ceste piene di secchie di rame che usava per andare a prendere l’acqua, e pentole di rame. Portò la fede e queste ceste alla Casa del Fascio a Valdicastello e le dettero le pentole d’alluminio. La mattina andavo a scuola, ci facevano esultare al Duce e al Re, “vinceremo!”, era un lavaggio del cervello. A scuola ci andai fino alla primavera del ’44, poi chiuse, riaprì nel 1945 ma io finii in collegio a Lucca, una scuola agricola”, racconta. Dell’amata mamma Irma, però, non restano che poche immagini sbiadite e mute. “La mamma è svanita, non mi ricordo nemmeno la voce. Mi ricordo quando si andò con lei e le mie sorelline dal fotografo per mandare una foto al papà in Montenegro”. Quella foto esiste ancora, non andò bruciata nell’incendio. Il 12 agosto del 1944 gli ha regalato anche un incubo ricorrente, che però negli ultimi dieci anni è scomparso. “Per tutta la vita la notte ho sognato che dovevo sempre fuggire, ero inseguito. Avevo un rifugio, dove andavo a pascolare le pecore. Lo usavo per nascondermi, come nel sottoscala. E mi svegliavo”. Dopo il 12 agosto, Enrico ha avuto paura, da sveglio, poche altre volte. Come quando di recente è finito fuori strada con la sua Ape, con cui ogni giorno va al suo orto o a Sant’Anna. “Sono rotolato giù. La Fiorenza non lo sa”, racconta sorridendo e abbassando la voce, per non farsi sentire dalla moglie.

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