Al diavolo il romanzo contemporaneo. Veronica Galletta con Le isole di Norman (Italo Svevo edizioni) ci riporta dove ci siamo fatti ossa e tolti diottrie sul grande romanzo novecentesco. Terreno impervio, blasonato, in qualche modo imbalsamato (giustamente) per i posteri, a cui Galletta si ispira almeno spiritualmente, come un fantasma ragionante e delicato che riannoda Proust e Calvino come fossero due cavi elettrici pieni di scintille, precipitati dalla sommità dell’isola/quartiere di Ortigia, a Siracusa, attorno ai primi anni novanta. Fisicamente stretto stretto il racconto della Galletta, schiacciato metaforicamente nei confini marittimi dell’Isola in cui Elena vive e condivide dolorosi silenzi, spasmi muti di assente umanità familiare. Il padre più distratto dalle sorti del mutante Partito Comunista dell’epoca e dalle melanzane nel forno che dalle irose titubanze filiali; e la madre incurvata in cucina, autoisolata dal mondo e improvvisamente perfino scomparsa. Il rimando oggi-ieri dell’autrice è l’ordito imbastito come struttura temporale che sa di imperfetto (tempo verbale) e piccole ostinate imperfezioni mnemoniche della protagonista; così come il presente indicativo diventa una trama per indicare, sottolineare, tracciare questo tentativo di uscita di casa, di vista, di sé da parte di Elena, oppressa da un male oscuro, aleggiante ma impalpabile, incombente ma mai definitivo. Il passato riserva certo una disgrazia e una menomazione fisica invasiva per la ragazza ma è nel presente che i nodi dovrebbero venire al pettine anche grazie all’aiuto de L’isola del tesoro di Stevenson e a mappe (ben 103) e mappature dello spazio a lei circostante e “disegnato” sul suo corpo. “Si aspetta una cosa per tanti anni, e poi alla fine accade, e quando accade non succede nulla di nuovo, anzi”. Le isole di Norman è un libro di quelli che si scrivevano una volta, sbilanciato più su una paratassi intarsiata, sinuosa, antica (la triade descrittiva ambiente circostante, essere umano, dettaglio è da capogiro) che sull’aspetto dialogico un po’ più legnoso e monotono. Galletta convince, avvince, lascia un suo misterioso e inquieto segno letterario senza che però ci si strappi i capelli dalla beatitudine. Nelle prime pagine sembra quasi mancare qualcosa a livello di ordine generale, poi con lo scorrere del racconto ecco il banco di prova: il dialogo della protagonista con un gatto e tra loro un panino al salame. Superato questo ostico gradino che poteva ridurre tutto in poltiglia scimmiottante, è tutta discesa fin verso il fondo, dove si staglia un finale magistrale, addirittura kafkiano. Munitevi di coltellino: le pagine vanno tagliate nei bordi in modo da poterle poi sfogliare. Come una volta. Voto: 7

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