di Andrea Albanese e Giovanni Gallo (Fonte: lavoce.info) *

Se si tiene conto della storia occupazionale di ciascun individuo, i lavoratori a tempo determinato vengono pagati più dei loro corrispettivi “indeterminati” al momento dell’assunzione. E a ottenere i vantaggi maggiori sono le donne e i giovani

Il boom dei contratti a tempo determinato

I contratti a termine sono stati introdotti in Italia negli anni Sessanta, ma per lungo tempo sono rimasti un’assoluta minoranza nel mercato del lavoro. Secondo l’Ilo, i lavoratori italiani a tempo determinato rappresentavano circa il 5 per cento del totale nel 1993. Tuttavia, da allora il loro numero è cresciuto molto, arrivando a costituire oltre il 17 per cento degli occupati nel 2018 (fonte Eurostat), ovvero il 68 per cento dei nuovi accessi nel mercato del lavoro italiano nell’ultimo quadrimestre dello stesso anno (fonte Mlps).

Le ragioni del boom sono da ricercare, da una parte, nella maggiore richiesta di flessibilità avanzata dalle aziende per poter competere maggiormente in un’economia sempre più globalizzata e, dall’altra, nelle riforme del mercato del lavoro avvenute negli anni Novanta, in particolare il cosiddetto pacchetto Treu del 1997 e la legge Biagi del 2003. Le due riforme hanno incentivato l’utilizzo dei contratti a tempo determinato, estendendo i campi di applicazione dei contratti già esistenti (ad esempio, l’apprendistato) e introducendone di nuovi (ad esempio, i co.co.co e i contratti di lavoro interinale), con l’obiettivo di facilitare l’ingresso e la permanenza nel mercato del lavoro, ovvero di aumentare i tassi di occupazione.

Quanto dovrebbero guadagnare i lavoratori temporanei

La teoria economica suggerisce che i contratti a tempo indeterminato – rispetto a quelli a termine – abbiano un valore intrinsecamente superiore per i lavoratori, grazie alla loro più lunga durata attesa e, dunque, alla più bassa probabilità di registrare periodi di disoccupazione in futuro. Per tale ragione, secondo la teoria di compensazione dei differenziali salariali proposta da Sherwin Rosen nel 1986, si ipotizzava che, a parità di competenze, i lavoratori avessero bisogno di ricevere un “premio” che compensasse le peggiori condizioni lavorative per accettare un contratto a tempo determinato (invece che indeterminato).

Nonostante il teorico auspicio, la letteratura economica ha invece collezionato finora un largo numero di studi che evidenziano, nel confronto salariale tra indeterminati e temporanei in diversi paesi Ocse (tra cui l’Italia), un gap negativo a scapito di questi ultimi. Le eccezioni sono rare: solo in Giappone, Norvegia e Australia sono stati rilevati premi per i lavoratori a termine.

Nuovi risultati

Tutti i precedenti studi soffrono tuttavia di due importanti limiti. In primo luogo, si basano su dati campionari, i quali tendono a offrire un orizzonte temporale limitato, che non consente di analizzare la storia lavorativa di un individuo. Inoltre, gli studi che hanno riscontrato una penalizzazione salariale per i temporanei fanno riferimento al complesso dei contratti attivi in un certo istante temporale.

Questa scelta metodologica, in particolare, rischia di comparare lavoratori con caratteristiche diverse, distorcendo le stime in favore dei contratti indeterminati. Infatti, è probabile che i lavoratori più produttivi vengano osservati in contratti a tempo indeterminato a seguito di “promozioni” dal contratto a termine dell’assunzione iniziale, in aggiunta ai criteri di selezione più stringenti al momento dell’assunzione.

Un nostro recente lavoro utilizza dati amministrativi (archivio Inps-Losai) che hanno permesso di tenere conto della storia lavorativa degli individui negli ultimi 16 anni e con riferimento a circa 3 milioni di nuove assunzioni nel periodo 2005-2015. Ne emerge una nuova evidenza. In rottura con i precedenti studi riguardanti il nostro paese, si rileva per chi viene assunto con un contratto a termine – rispetto a un altro con le stesse caratteristiche demografiche e la stessa storia lavorativa assunto a tempo indeterminato – un salario giornaliero all’assunzione più elevato dell’11 per cento.

Dalla tabella 1 si osserva che il premio salariale all’entrata è maggiore per le categorie “emarginate” nel mercato del lavoro (per esempio, donne e giovani), per le quali i posti di lavoro permanenti potrebbero apparire più preziosi per via dei più alti tassi di disoccupazione. Non stupisce pertanto che il premio salariale risulti più alto tra i lavoratori a basso salario e in anni di crisi economica. Nello studio rileviamo, inoltre, un forte decremento del premio nell’anno di introduzione del Jobs act (2015), ossia quando i contratti a tempo indeterminato sono stati resi più attraenti per le aziende, probabilmente al punto da condurle a “pagare” meno per la flessibilità.

Sono diverse, a nostro parere, le ragioni che possono spiegare la stima del premio salariale ai lavoratori temporanei. Indubbiamente il premio potrebbe rappresentare un indennizzo per la maggior incertezza occupazionale, nonché uno stato di necessità dell’azienda. Rimane tuttavia difficile da stabilire se sia adeguato a coprire le condizioni di lavoro più sfavorevoli, tenendo conto delle preferenze dei lavoratori e la loro avversione al rischio, e dunque a ridurre la dualità che esiste nel nostro mercato del lavoro.

* Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente riconducibili alla responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente quelle di Inapp

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