Una volta mi ha raccontato di quando si è innamorato della Madonna. A me… che io mai creduto in Dio e lui lo sapeva. Lo guardavo raccontare, già ricurvo sulla schiena, parlarmi del giorno in cui scopre la sua fede, il volto della Madonna e quel che prova. E mentre racconta si ferma, un nodo in gola, si batte la mano sul ginocchio, occhi lucidi d’amore capace di stupirsi a più di 80 anni.

Per me era Pietro, precederlo con quel Don me lo “distanziava”, pronunciavo l’amico, non la carica. Ha pochi mesi quando si ammala, ma la fragilità trova speranza nella fede: viene promesso alla Madonna in cambio della guarigione e la fede diventerà destino: Pietro vivrà la vita per gli altri, in Madagascar, missionario. E’ partito da un puntino nell’Appennino Reggiano, Bera di Pantano, quando partire per qualunque destinazione era di là dal mondo.

Quando tornava mi ritagliavo un po’ di tempo per parlare, gelosamente da solo, con lui, di noi e Dio, ma lo avvertivo “Con me non attacca, io non ci credo, ma credo in te”. Pietro rideva, sapeva come la pensavo, gli bastava alimentare i miei dubbi, Don Milani avrebbe capito: “La fede che non dubita non è vera fede”.

“Ma tu quando sei in Madagascar” gli chiedevo “cerchi di convertire?”. Sorrideva, Pietro. Non voleva convertire nessuno e nel frattempo costruiva scuole per i bambini malgasci, garantiva un’istruzione e un pasto, l’unico giornaliero garantito. Costruiva scuole, con le donazioni dall’Italia, dava lavoro alla gente del posto, li coinvolgeva, non li lasciava ai margini. E’ così che i malgasci hanno cominciato a chiedergli “Ma te… ma chi te lo fa fare di venire qui e fare tutto questo per noi?”.

Il resto è la storia delle 100 scuole che ha costruito in settant’anni di missione. Anche se la cifra tonda non gli bastava. Alla fine saranno 104. Da tempo aveva dato disposizione di essere seppellito là, nella sua isola, fra la sua gente. C’è chi dice che ora Pietro sia in paradiso. Non sono d’accordo: tecnicamente era troppo goloso per aggiudicarselo. Più probabile una revisione del processo di beatificazione, che avrebbe comunque rinnegato, in quanto ripeteva di sé “sono un bòn da niénta”, un uomo da poco.

Amava la vita perché la vita gli ha permesso di vivere quello che amava fare: amare gli altri, aiutandoli in ogni modo, riuscendoci. Anche se la vita, qualche anno fa, gli ha giocato un brutto scherzo: è stato nominato monsignore. “M’han dato quella fascia rossa e io l’ho messa in un cassetto. E poi mi è stretta.” Lo dicevo, io, che era troppo goloso per il paradiso. Meglio così, preferisco immaginarlo rinascere ogni volta in quelli che ha saputo aiutare e ispirare, come me.

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