“La metora russa Olekseij Michailichenko”. Capita spesso di leggere così di quel centrocampista russo considerato il colpo di mercato del presidente Mantovani nell’estate di 30 anni fa. Ma è sbagliato: considerare un flop Michailichenko, alla stregua magari di Zavarov, è una narrazione fallace che non tiene conto dei particolari, a partire dal fatto che Oleksejj è stato il sovietico più bravo che sia arrivato in Italia. 1990, c’erano i mondiali, vetrina eccellente: e la Samp, da poco affacciata nel mondo delle grandi cercava un colpo per infiammare i tifosi, per festeggiare un altro trofeo, magari più prestigioso della Coppa delle Coppe vinta l’anno prima e perché no, di scucire lo scudetto al Napoli di Maradona. E proprio in casa Napoli guarda Mantovani: Careca e Alemao sono in rotta con la società azzurra, portarli a Genova freschi di scudetto sarebbe un gran colpo. Piace McMahon, ma il Liverpool non lo cede, e poi c’è quel centrocampista dai piedi buoni della nazionale sovietica e della Dinamo Kiev di Lobanovski che tenta il presidente doriano.

Con la Dinamo ha vinto tutto: 3 campionati sovietici, 3 coppe, anche una Coppa delle Coppe, e con la nazionale l’oro a Seul 88. Le controindicazioni però sono molte: il caso Zavarov era da monito per la scarsa propensione all’adattamento di chi veniva dall’Urss in Italia e poi le trattative con i club russi, e dunque con lo Stato, erano difficilissime. Per un periodo infatti l’idea di portarsi a casa Mika viene accantonata. Ma a vederlo giocare la tentazione si fa sempre più forte: gran fisico, passo e portamento elegantissimi, capacità di ricoprire tutti i ruoli del centrocampo, ottimo tiro e tanta intelligenza tattica. Alla fine, dopo una trattativa estenuante e sborsando ben 6 miliardi e mezzo di lire alla Dinamo e ottenendo il nullaosta della federazione sovietica il presidente lo porta a Bogliasco alla corte di Boskov.
L’ucraino è il terzo straniero della truppa di Boskov: con lui ci sono Katanec e Toninho Cerezo. Un centrocampo quasi completamente multietnico dunque. Mika è forte: le sue qualità sono indiscutibili e vengono fuori già nelle prime giornate, ma non completamente. Segna gol decisivi al Bologna, al Pisa, ne fa uno al Milan in Supercoppa Europea; insomma un ruolino di marcia non da meteora, ma neppure numeri tali da compensare le aspettative che ci sono su di lui.

C’è da dire però che l’ucraino non è integro, ha problemi alle ginocchia operate più volte prima di arrivare a Genova, in più deve confrontarsi con la seconda giovinezza di Toninho Cerezo. Poi c’è il solito problema ambientale: non riesce a imparare la lingua, e, forgiato in Urss, il suo carattere non proprio travolgente mal si concilia con una squadra di compagnoni, a immagine e somiglianza di Boskov, come quella Samp. Alla fine il suo lo fa: tra alti e bassi giocherà 39 volte in quella stagione. Mancini lo definirà un calciatore indispensabile, anche se in un’occasione sarà pescato dalle telecamere a chiedere a Boskov di non farlo entrare in campo. Vincerà lo scudetto, unico nella storia della Samp e unico sovietico a vincere in Italia: di Zavarov e Alejnikov la storia è nota, decisamente meteora fu Dobrovolsky, dopo di lui nell’altra metà di Genova, Shalimov fece bene, ma non vinse. Se poi si parla di ucraini il discorso cambia nettamente con Andriy Shevchenko. Le evidenti doti tecniche di Mika però non bastarono a riempire il gap coi problemi fisici e la scarsa capacità di adattamento e la società decide di correre ai ripari: il sovietico sarà venduto ai Rangers di Glasgow per 4 miliardi, e al suo posto arriverà Silas. Un anno solo, che per Michailichenko (oggi allenatore della sua Dinamo) è rimasto memorabile: “Esperienza stupenda – ha dichiarato pochi anni fa a SampTv in occasione dei 70 anni dei blucerchiati – per cui ringrazio tutti: da Boskov a Mantovani ai miei ex compagni. La Samp resta una famiglia per me”.

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