Nel mondo i rifiuti elettrici e elettronici, i prodotti scartati con una batteria o una spina tanto per intenderci e semplificando molto, nel 2019 sono stati 53,6 milioni di tonnellate. Nel 2030 aumenteranno del 38% e diventeranno 74,7 milioni di tonnellate. Accade, essenzialmente, perché i consumi di elettronica aumentano, il ciclo di vita dei dispositivi si accorcia e le opzioni di riparazione sono sempre di meno.

Tanto per tradurre i numeri in immagini, i rifiuti elettronici prodotti nel 2019 equivalgono al peso di 350 navi da crociera che hanno le dimensioni della Queen Mary 2. Così non andiamo lontani. È la sintesi del Global E-waste Monitor 2020 delle Nazioni Unite. È un effetto collaterale della società digitale nella quale viviamo, da affrontare con urgenza e determinazione perché i numeri contenuti nel rapporto raccontano di uni scenario semplicemente insostenibile nel medio periodo.

Il digitale così è destinato a semplificarci la vita domani, ma a rendercela impossibile in termini di impatto ambientale dopodomani. E, naturalmente, se non si prende il toro per le corna, dotandoci di policy sempre più efficaci, è uno scenario che può solo peggiorare perché gli oggetti connessi e, quindi, elettronici nelle nostre case saranno sempre di più, perché l’elettronica di consumo si diffonderà sempre di più anche in Paesi dove oggi non lo è ancora e che hanno regole e cultura ambientali inferiori alle nostre e perché il ciclo di vita dei prodotti elettronici e di loro obsolescenza sarà sempre più breve.

Solo il 17,4% dei rifiuti elettronici del 2019 è stato raccolto e riciclato, il che significa che oro, argento, rame, platino e altri materiali presenti nei dispositivo elettronici e recuperabili, valutati, sempre per il 2019, in modo conservativo in circa 57 miliardi di dollari – una somma superiore al prodotto interno lordo della maggior parte dei paesi – vengono normalmente buttati via anziché riciclati.

Uno stupido sperpero di risorse che, peraltro, produce enormi danni all’ambiente. Basti pensare che il poco che, nel 2019, è stato riciclato vale più o meno 10 miliardi di dollari. Adottare politiche efficienti di riciclo dei rifiuti elettronici, quindi, non solo sarebbe la cosa giusta da fare sotto il profilo ambientale ma renderebbe anche il mondo, a seconda dei punti di vista, più ricco o meno povero.

In Italia ciascuno di noi, nel 2019, ha prodotto circa 17 chili e mezzo di rifiuti elettronici, solo in una percentuale modesta – anche se in linea con il resto d’Europa e superiore alla media globale – riciclati. E in Italia lo smaltimento dei rifiuti elettronici è, da qualche anno, disciplinato da regole ferree anche se, probabilmente, sulle quali si potrebbe ancora lavorare molto sul versante delle politiche di ricondizionamento dei prodotti.

Ma un po’ – anzi più di un po’ – è colpa di ciascuno di noi. Cosa avete fatto del vostro ultimo smartphone? Quello che non usate più? E del televisore? E di quel paio di auricolari con quel filo che si intrecciava sempre e che ormai funzionavano poco? Lo avete riconsegnato a chi vi ha venduto il nuovo dispositivo come previsto dalla legge?

Se vogliamo fare in modo che la società digitale si sviluppi in maniera sostenibile anche sotto il profilo ambientale possiamo e dobbiamo fare di più e dobbiamo cominciare subito.

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