Referendum? Una farsa. Una messinscena senza veli, se non quelli dell’ipocrisia politica: “La percezione popolare di questa procedura è stata fin da subito ben chiara, cioè quella di una mera ed ennesima operazione propagandistica. Persino chi vede in Vladimir Putin il bene della Russia non ha approvato l’espediente del referendum per strappare il consenso alla radicale riforma costituzionale propugnata dal presidente per garantirsi il potere sino al 2036 con l’azzeramento dei mandati”, commenta Denis Bilunov, moscovita e un tempo uno dei leader dell’opposizione russa, oggi ricercatore all’Università di Praga (sta preparando un saggio sulla “Primavera di Mosca”, il movimento di protesta che ebbe grande impatto qualche anno fa).

E tuttavia, aggiunge Bilunov, “costoro si sono tappati il naso e sono rimasti soddisfatti del risultato che consentirà a Putin di continuare a mantenere lo status quo”. Con una radicale manipolazione del dettame costituzionale, purtroppo, virato verso posizioni conservatrici e nazionaliste. Semmai, “il vero problema è la crescente debolezza delle opposizioni, divise e incapaci di elaborare una piattaforma comune per contrastare efficacemente il progetto putiniano. Abilmente, il Cremlino ha sfruttato la situazione e ha frantumato l’opposizione”.

Insomma, in quel di Russia è appena andata in scena una scadente rappresentazione teatrale in cui tutti sapevano già sia la trama che la conclusione. Nella forma, un ritorno al passato sovietico, con la differenza sostanziale che almeno oggi qualcuno ha denunciato la colossale manipolazione raccontando “l’esercizio demenziale dal punto di vista giuridico” del referendum sulla devastante riforma della Costituzione russa del 1993 che Putin vorrebbe imporre a tambur battente. Segno indiretto che gli preme acquisire più forza di quanto non abbia già adesso, in previsione di possibili intrighi di palazzo.

Tutto, infatti, si è svolto in un clima sospeso tra l’intimidazione e la burletta: operazioni elettorali spalmate per sette giorni, regali per sollecitare il “sì” ai 46 emendamenti da approvare in blocco (già, questa, un’imposizione dittatoriale), urne a domicilio e commissioni viaggianti, voto telematico, lotterie organizzate per attirare gli elettori, promesse di detassazione in cambio del consenso alla riforma, un repertorio assai vasto e creativo di irregolarità e brogli che avrebbero ispirato Gogol, maestro del paradosso e soprattutto del grottesco.

Altro che avventure dell’ineffabile Cicikov, protagonista delle Anime morte, qui siamo dinanzi ad una realtà eticamente vuota, alla compravendita della politica spacciata per funzione democratica quale mai si era vista, all’infingarda pressione di un potere che vuole il plebiscito, in nome del popolo, della patria e di Dio. Per raggiungere questa meta usa mezzi farlocchi. Si preoccupa del consenso ad ogni costo. Sollecita le autorità, queste premono sui burocrati e i funzionari statali per obbligare, a loro volta, parenti e amici a dimostrare fedeltà.

Ed ecco che tale zelo di casta si manifesta nei modi più fantasiosi e illegali, consentendo a centinaia di persone di votare persino tre volte, sino al sublime risultato di annoverare provincie in cui la percentuale dei votanti supera il 100 per cento, come segnala Moscow Times.

Risultato: i dati offrono al Cremlino una percentuale di voti favorevoli alla riforma vicina all’80% (77 per l’esattezza, si fa per dire, registrati nel 61% dei seggi, quando mercoledì 1 luglio la Commissione centrale ha deciso di chiudere in anticipo di qualche ora la consultazione), cosicché il Cremlino può godere e vantare il successo e Putin gustare l’omaggio dei sudditi, poco importa se l’omaggio è taroccato.

I numeri sono fondamentali per decifrare la politica, anche quando sono frutto di imbrogli e trucchi. Interessanti sono, per esempio, i dati relativi alle comunità russe all’estero. A Londra il “no” è stato massiccio (80,49%), come a Parigi (68,45%) e a Berlino (67,6). Pure a Milano ha vinto il no, col 54,95%. A Roma, invece, ha prevalso il sì, col 58,61 per cento…

Putin sa benissimo che i numeri sono l’ossatura che cementa il palcoscenico dove recitare la sua commedia dell’arte. Per questo ha preteso una fiction importante, interpretata accortamente, con scene che dimostrassero il grande sostegno popolare, anche se nella realtà non c’era, perché mai come in questi giorni flagellati dalla pandemia – superata quota 660mila contagiati – la popolarità del presidente russo è stata così bassa.

Gli serviva questa finzione. In verità, il voto del primo luglio non aveva valore di referendum, giuridicamente parlando: serviva per accreditare la radicale e inquietante riforma. Annidata infatti nel corpo dei 46 emendamenti che affrontavano le modifiche delle strutture istituzionali, campeggia la “rimessa a zero” del mandato presidenziale, accoppiata ad un corposo rafforzamento delle prerogative assicurate al Capo dello Stato, sempre più zar. Uno stratagemma per perpetuare la presidenza di Vladimir Putin sino al 2036, quando avrà 83 anni e governato la Russia da 36. La sua grande ambizione è diventare l’uomo che più è stato al potere nella storia della Russia.

Alexei Navalny, il più noto e combattivo degli oppositori, ha ovviamente stigmatizzato il pacchetto delle modifiche in quanto “hanno poco a che vedere con la reale opinione dei cittadini russi”. Ma ciò che lo preoccupa di più è l’insieme reazionario di alcune nuove norme contenute nel blocco “sociale”, misure apparentemente simboliche, ma d’ispirazione conservatrice e nazionaliste.

Incombe Dio, il Dio ortodosso che piace tanto al patriarca ortodosso Kirill – non a caso ha fortemente appoggiato l’iniziativa dell’amico Putin. Dalla Costituzione, secondo Putin e il suo Dio, si declina la definizione del matrimonio come unione di un uomo e di una donna, la sola istituzione familiare concepibile. L’eredità ideologica di Putin. E delle sue icone.

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