Presunti jihadiisti hanno rapito 9 nigerini, membri dell’ong umanitaria Apis (Azione e Programma di Impatto nel Sahel), in un villaggio, non lontano dalla frontiera col Burkina Faso, il passato mercoledì. Gli “umanitari” stavano operando un censimento accurato delle persone vulnerabili della zona in vista della distribuzione di cibo per conto del Pam, il Programma per l’Alimentazione Mondiale.

Il villaggio in questione, a una ottantina di chilometri da quello dove il 17 settembre del 2018 era stato rapito padre Pierluigi Maccalli, si trova in una zona aurifera dove il controllo jihadista si è per così dire istituzionalizzato. L’attacco, secondo le testimonianze raccolte, perpetrato da quattordici persone arrivate in motocicletta, ha risparmiato due membri dell’ong apparentemente perché parlavano la lingua locale peul. L’insicurezza è ormai parte del quotidiano vivere in tutta la zona. Risulta difficile che passi un giorno senza notizie di attacchi, vessazioni, minacce o messe in guardia, particolarmente nei confronti delle fragili comunità cristiane locali.

Malgrado o grazie ai numerosi interventi dei militari la violenza armata, nella regione delle “tre frontiere” (Burkina, Mali e Niger), è andata crescendo e assumendo proporzioni sempre più consistenti. Secondo un recente rapporto dell’Osservatorio per i Diritti Umani del Faso, in questi due anni, i militari e civili uccisi da attacchi jihadiisti, sono almeno 1750 e i civili uccisi dai militari, gruppi di autodifesa e rappresaglie intercomunitarie, nello stesso periodo, sono circa 600.

Il rischio di derive identitarie mortali non sembra troppo lontano e hanno buon gioco i presunti jihadisti dei vari gruppi di affiliazione ufficiale ad Al Quaida o allo Stato Islamico nel favorire le divisioni etniche e religiose. Il tutto è reso possibile, come sufficientemente documentato da studi e riflessioni geopolitiche, dall’abbandono da parte degli Stati di queste porzioni di territorio. Casualmente o meno, proprio in queste zone, gli Stati in questione stanno vendendo licenze di sfruttamento delle risorse naturali, in particolare ma non solo, l’oro. Strano davvero!

In questo contesto violento esistono comunque spazi di dialogo e di confronto perché la realtà è sempre più grande e ostinata dei nostri piani e progetti di addomesticamento. Una quarantina di giovani migranti, ad esempio, ha praticato una forma ardita di confessione cercando di rispondere, liberamente, a due domande loro poste nel contesto di una mattinata di scambio.

La prima domanda, riferita al “viaggio migratorio”, consisteva nel rilevare ciò che più ha colpito il giovane. La seconda domanda, invece, voleva far emergere gli insegnamenti che i migranti hanno potuto trarre dall’esperienza vissuta. Il un clima umano aperto e rispettoso i giovani migranti, tornati dal progetto migratorio fallito e, per alcuni, sul cammino del ritorno al Paese di origine, hanno condiviso con agli altri, vissuti, sogni e frustrazioni. Di questo incontro, vissuto anch’esso in settimana, possiamo apprezzare la maturità, la sincerità e la lucidità di lettura. Di seguito, in modo del tutto informale, alcuni frammenti delle “confessioni migranti”.

Per la prima domanda, sul vissuto del viaggio nel Maghreb, alcune donne hanno fatto caso delle sofferenze accumulate a causa di problemi di salute, della mancanza di rispetto per loro e i loro bambini, delle violenze subite, delle torture e degli insulti razzisti. I giovani, da parte loro, hanno sottolinato lo sfruttamento sul lavoro, i furti dei beni al momento della deportazione, la schiavitù, l’imprigionamento e la mancanza assoluta di diritti in quanto stranieri.

Per la seconda domanda, centrata su quanto si è appreso dall’esperienza migratoria, le donne hanno risposto dicendo che hanno capito l’importanza della fede in Dio per sopravvivere al viaggio e sono tornate più mature di quanto fossero. I giovani, alla stessa domanda, hanno risposto che non avevano mai capito cosa fosse il razzismo finché non l’hanno visto praticato su di loro da parte di altri africani.

Altri hanno sottolineato quanto il vissuto li avesse resi più responsabili e coscienti dei loro limiti e delle loro potenzialità. C’è chi affermava che aveva potuto conoscere il Sahara dopo averlo imparato a scuola. Uno di loro ha confessato che, viaggiando per la prima volta fuori del Paese, i suoi occhi si sono aperti sul mondo e che, anche solo per questo, valeva la pena partire.

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